Reddito minimo universale: non più ammortizzatori, 600 euro per tutti

di Redazione Blitz
Pubblicato il 12 febbraio 2015 12:52 | Ultimo aggiornamento: 12 febbraio 2015 12:53
Reddito minimo universale: non più ammortizzatori, 600 euro per tutti

Reddito minimo universale: non più ammortizzatori, 600 euro per tutti

ROMA – L’idea di un “reddito minimo universale” proposta da Domenico Tambasco su Micromega ha il fascino di una lettura di Platone, anche se ai tempi di Platone c’erano gli schiavi che nessuno contava né retribuiva ma che invece facevano il lavoro per i cittadini.

Quello di Domenico Tambasco, sotto il titolo “Reddito minimo universale: la via maestra per uscire dalla crisi” non è una serie di frati utopiche e demagogiche, ma un saggio argomentato e pacato, che ti prende. Da un lato sfugge scientemente alla domanda chiave: ma chi paga? dall’altro riporta dei calcoli non si sa quanto attendibili che però potrebbero rendere l’idea meno campata in aria di quanto possa sembrare.

Merita ricordare che un politico serio e tutt’altro che avventurista come Sergio Cofferati aveva incluso nel suo programma elettorale per la Regione Liguria la sperimentazione di un salario minimo di cittadinanza. L’esperimento non ci sarà, sepolto dai tarocchi delle primarie del Pd in Liguria.

L’articolo è un lungo percorso che parte dalle nuove politiche del lavoro e dalla nuova parola d’ordine, “flessibilità”, e che arriva alla proposta sul reddito minimo negli ultimi capitoli. Seguiamo il ragionamento di Domenico Tambasco nella parte finale del saggio. Ci sono tante idee brillanti, anche tante idee confuse e tanti luoghi comuni, come a sfogliare un libro degli anni ’70:

“Se mettiamo a fuoco la visione del quadro generale, possiamo osservare come a fianco del lavoro svolto obbligatoriamente allo scopo di affrancarsi dal bisogno materiale e ciononostante povero di diritti e di salario e scarsamente produttivo di beni e di servizi, si pone un nuovo e diffuso fenomeno, analizzato da numerosi studiosi ed oggetto di molteplici definizioni; stiamo parlando di quella forma di lavoro scelto e svolto liberamente da milioni di persone ogni giorno, che pur non essendo remunerato è produttivo di un ingente valore sociale: il lavoro volontario nelle organizzazioni no profit [ma è sicuro Domenico Tambasco che no profit voglia dire no ricavi e che i “volontari” lavorino proprio gratis?] (pensiamo ad esempio alle migliaia di persone attive nell’assistenza ai disabili, ai poveri, ai migranti, alle innumerevoli persone che con costanza e passione fanno vivere le associazioni culturali, ambientali e le associazioni dilettantistiche sportive), il lavoro di cura ed assistenza domestico e familiare (rammentiamo l’attività di cura dei nipoti da parte dei nonni, vero e proprio welfare sociale familiare e l’attività delle madri e dei padri che impegnano larga parte della giornata nella cura e nell’educazione dei figli), l’attività di creazione e diffusione della conoscenza con cui quotidianamente abbiamo a che fare nella “rete”, sia nei blog sia nei contributi a matrice aperta pubblicati sul web.

Distinzione, questa, che pare riflettere l’emergente divisione tra economia sociale ed economia di mercato, e che si sostanzia nella scissione tra attività umane produttive di valore sociale ma non certificate come tali dal “mercato” (trattandosi della produzione di valori “immateriali”, difficilmente quantificabili in forma di prezzo, unità di misura tipica del mercato) e processi lavorativi tradizionali oggetto di un costante processo di svalutazione economica e funzionale.

Siamo dunque alla fine del lavoro, vaticinata vent’anni orsono in un famoso saggio dall’omonimo titolo [“Fine del lavoro” di Jeremy Rifkin]? La risposta non sembra positiva; al contrario, gli indicatori empirici paiono di tutt’altro segno: il lavoro è proteiforme, ha mutato rapidamente forma e aspetto.

Se è vero infatti che l’art. 1 della Costituzione, nell’affermare solennemente il nesso inscindibile tra democrazia e lavoro, ci dice anche e soprattutto che “lavorare non è l’esperienza del servo o dello schiavo, ma del cittadino libero”, allora ben potremo convenire con chi definisce come “lavoro alienato” le maggioritarie forme di lavoro povero flessibile (simulacri del lavoro), al contrario esaltando quale “lavoro libero” le attività lavorative non remunerate a finalità sociale.

E’ dunque possibile sostenere, a ragione, che queste ultime forme di attività rappresentano la sublimazione del lavoro così come costituzionalmente inteso, in quanto sintesi ed equilibrio della libera realizzazione del proprio daimon (talento) e della altresì necessaria finalità sociale.

Eppure, manca l’elemento fondamentale ai fini della liberazione dell’uomo dalla schiavitù del bisogno, ovverosia la retribuzione. Eccoci arrivati allo snodo cruciale che richiede un coraggioso “salto culturale”.

Ecco la “via d’uscita: il reddito minimo universale”.

“Se è vero che si è sviluppato un sistema parallelo di attività umane produttive di valore e ricchezza sociale senza remunerazione alcuna (tali da far parlare di “economia sociale”), è giusto che tali attività vengano remunerate direttamente dai beneficiari, ovvero dalla società, ecco nascere l’esigenza, sempre più diffusa, di forme di “reddito minimo universale” (definito anche basic income), erogabili dalle autorità pubbliche locali, nazionali o sovranazionali, ed a carico quindi della fiscalità generale.

“Il reddito minimo universale, dunque, acquista in tale ottica la natura di un reddito (con cadenza mensile o periodica, attraverso un trasferimento diretto di denaro versato dalla società (nella forma della comunità politica locale, nazionale o sovranazionale) a tutti i suoi membri, su base individuale e senza né condizioni (ovvero non subordinato allo svolgimento di specifici lavori ordinari indicati, ad esempio, dai centri per l’impiego come nel modello del reddito minimo garantito) né controllo dei mezzi economici (erogato dunque indipendentemente dalla sussistenza o meno di uno stato di bisogno economico), trattandosi della remunerazione per le molteplici forme di attività produttiva sociale svolte da ciascuno.

Un reddito “minimo”, ovvero sufficiente alla sola sopravvivenza dell’individuo (al fine di stimolare la persona ad un miglioramento delle proprie condizioni materiali attraverso il classico lavoro proprio dell’economia di mercato, dunque cumulabile con eventuali altri redditi aggiuntivi) e al contempo sufficiente ad affrancare le persone dalla “trappola della povertà” e del bisogno immediato, conferendo appunto una minima sicurezza di base.

Esperienze concrete di tale istituto, a parte quella consolidata dello Stato dell’Alaska e altre limitate applicazioni sociali, non se ne hanno: si tratta di un esperimento di “ingegneria sociale” inedito e di fatto nuovo per l’umanità. Ma vale la pena sperimentarlo, sia per le profonde motivazioni ideali, ivi sottese sia per le concrete ed impellenti istanze di giustizia sociale che esso porta con sé: del resto, “come è avvenuto nel passato per il suffragio universale, la metamorfosi del reddito minimo universale, da sogno di qualche eccentrico a evidenza per tutti, non avverrà in un sol giorno”.

Ovviamente non è nostra intenzione addentrarci nel “campo minato” delle discussioni relative alla compatibilità economica di questo vero e proprio strumento di “salario sociale”, pur ritenendo particolarmente interessanti e degne di rilievo le considerazioni svolte da Andrea Fumagalli il quale, nel suo recente saggio “Lavoro male comune”, ha posto in rilievo la fattibilità economica del reddito minimo garantito, che dovrebbe sostituire tutte le forme di ammortizzatori sociali oggi sussistenti (indennità di disoccupazione, cassa integrazione e simili), incidendo non sulla contribuzione sociale (Inps) ma sulla fiscalità generale (Irpef e altre imposte): con ciò, considerazione non secondaria, andando a ridurre il cuneo fiscale sul lavoro rappresentato dal costo dei contributi, che diminuirebbero della quota corrispondente all’eliminazione dei relativi ammortizzatori.

[Fumagalli, riferisce Domenico Tambasco in nota, evidenzia la compatibilità economica di un reddito minimo universale di 600/700 € al mese, in sostituzione di tutti gli ammortizzatori sociali esistenti, con un aggravio annuo tra i 5 e i 15 miliardi di euro rispetto alla spesa corrente. Somme di gran lunga inferiori rispetto, ad esempio, alle quattro finanziarie succedutesi da agosto 2011 in poi (targate Tremonti e Monti), costate in nome dell’austerity quasi 100 miliardi di euro, A. Fumagalli, Lavoro Male comune, p. 110-111; G. Standig in Diventare cittadini, cit., p. 248, ipotizza invece un reddito minimo universale su tre livelli, di cui il primo rappresentato da una cifra fissa legata alle necessità economiche della sussistenza, da adeguare solo in caso di cambiamenti nel reddito nazionale pro capite, il secondo in funzione di emolumento economico stabilizzatore anticiclico, ovverosia crescente in fase recessiva e discendente in fase espansiva; il terzo ed ultimo livello, infine, relativo ai costi addizionali per le necessità extra dei disabili].

Ora, come si affaccerebbe sul mercato del lavoro ordinario la persona che, essendo già remunerata –nel minimo vitale- per le attività sociali svolte nella vita quotidiana, fosse quindi affrancata dal bisogno primario di vivere?

Eccoci tornati, attraverso il reddito minimo universale, alla riappropriazione del potere contrattuale sottratto dallo strumento della flessibilità: certamente l’incremento della disponibilità economica di base di ciascun individuo potrebbe chiudere le porte alla “ricerca di un lavoro qualsiasi”, schiudendo al contempo gli orizzonti del “diritto alla scelta del lavoro”. Con la correlativa necessità, per ciò che riguarda il lato della “domanda di lavoro” datoriale, di offrire condizioni lavorative più decorose e salari finalmente dignitosi, allo scopo di acquisire una manodopera che, altrimenti, diventerebbe pressoché irreperibile: e’ la fine del lavoro contemporaneo, e con esso la fine della dittatura della flessibilità esasperata e della “moderazione salariale”.

Questi potrebbero essere, in nuce, i germogli della “seconda globalizzazione”, di una nuova epoca in cui, oltre alla nascita di una nuova economia di mercato basata sullo sfruttamento delle energie rinnovabili, sulla conoscenza e sull’innovazione (la cosiddetta knoledge economy), sul ritorno della dialettica globale/locale con la riscoperta della centralità dei luoghi e delle comunità, vi sia altresì la forte affermazione della centralità dell’uomo attraverso un rinnovato illuminismo che, contro ogni forma di oscurantismo neoliberistico, ponga al servizio della società e della persona la tecnica e, prima fra tutte, la tecnica economica”.

In una nota, Domenico Tambasco chiarisce i dati dell’esperienza dell’Alaska. Riferita a un territorio meno popolato di Torino, conta come contropartita il reddito del petrolio. Bastava andare in Arabia o negli Emirati Arabi, dove i nativi, grazie al petrolio, sono ricchi e esentati dal lavoro. Scrive Domenico Tambasco:

“Definito come l’unico vero sistema di reddito minimo universale ad oggi esistente, viene istituito nel 1976 dal governatore repubblicano (a riprova che certe idee non hanno specifiche etichette..) Jay Hammond per mettere a frutto a favore dei propri concittadini l’enorme ricchezza generata dai pozzi di petrolio della Baia di Prudhoe, il più importante giacimento dell’America Settentrionale. Viene dunque creato nel 1976 un Fondo sovrano permanente con gli introiti derivanti dall’estrazione e dalla vendita del petrolio, i cui dividendi vengono distribuiti annualmente e suddivisi in parti uguali tra tutti coloro che risiedono legalmente in Alaska da almeno sei mesi (oggi circa 650.00 persone). L’importo è passato da circa 300 dollari annuali a persona nei primi anni, a più di 2.000,00 dollari annui nel 2000, rendendo l’Alaska lo stato più egualitario degli Stati Uniti. Nel 2004 il dividendo è sceso a 920 dollari annui a persona.

“Si annovera il Brasile, che nel gennaio del 2004 ha approvato una legge che, in linea di principio, istituisce il “reddito di base per tutti i brasiliani”. Tuttavia, il testo della legge specifica come si inizierà dai più bisognosi, per poi via via estenderlo a tutti gli strati della popolazione, in relazione alla fattibilità di bilancio: più un impegno programmatico che una concreta esperienza. In Standing,Diventare cittadini – Un manifesto del precariato, cit., vengono citati anche degli esperimenti pilota condotti dallo stesso autore in alcuni villaggi indiani nel periodo 2011-2013 (p.252) nonché l’esperienza iraniana di un fondo sovrano pubblico con scopo e funzionalità analoga a quella dell’Alaska Permanent Fund”.