Republica, la sede vuota a Lisbona. Chiuse nel ’76, ispirò Scalfari

di Sergio Carli
Pubblicato il 14 febbraio 2018 7:09 | Ultimo aggiornamento: 14 febbraio 2018 8:14
Republica, la sede vuota a Lisbona (foto Blitz Quotidiano)

Republica, la sede vuota a Lisbona (foto Blitz Quotidiano)

LISBONA – La sede di Republica in stato fatiscente fa stringere il cuore e spinge a cupi pensieri. Siamo a Lisbona e la scritta sulla facciata ha una sola b, Republica non Repubblica. Non è il quotidiano la Repubblica, che Scalfari fondò nel 1976 in Italia. Il giornale italiano ancora esce. Perde migliaia e anche decine di migliaia di copie anno dopo anno, soffre di un male che nessuno sembra diagnosticare, men che mai curare. Ma è viva e lotta contro la catastrofe grillina.

La Republica portoghese invece non più. Ha chiuso proprio nei giorni in cui a Roma nasceva il quotidiano che, sotto la guida di Eugenio Scalfari direttore e Carlo Caracciolo editore arrivò a vendere, tutte in edicola, fino a 800 mila copie. Poi dal governo Ciampi in giù ebbe inizio il declino che in queste ore di sinistra confusa sembra accelerato. Davanti  alla sede che fu di Republica a Lisbona passano ogni.giorno migliaia di persone. Cento metri più in giù, lungo la ripida rua de la Nova Trinitade, ci sono ristoranti affollati a tutte le ore.

Nessuno però si ferma a guardare quelle finestre inchiodate e cartonate. Se il fantasma del suo fondatore, Antonio José de Almeida, si affacciasse a una di quelle finestre potrebbe oggi contemplare i malinconici strumenti di piacere esposti nella vetrina tutta neon rosa di un negozio proprio li di fronte. Almeida è vissuto a oggi un terzo in meno di Scalfari ma è riuscito dove Scalfari non ha nemmeno sperato, diventando Presidente della repubblica portoghese.

Republica ha chiuso nel ’76, due anni dopo quella Rivoluzione dei garofani che tanto aveva contribuito a mettere in azione. La ragione della chiusura, sintetizza Wikipedia, fu “una forte agitazione interna conseguente alle divisioni politico-partitiche seguite alla Rivoluzione del 25 aprile 1974.

La Rivoluzione portoghese fu un momento di emozione travolgente anche in Italia. Il regime fascista in Portogallo era sopravvissuto al fondatore Salazar ma i tempi erano maturi per il cambiamento. In Spagna, la morte, nel suo letto, del caudillo Francisco Franco, l’anno dopo, nel 1975, avrebbe chiuso il capitolo fascismo in Europa.

Salazar e Franco, un professore di economia e un generale, dimostrarono più intelligenza e avvedutezza del collega Mussolini, maestro elementare, caporale e giornalista. Furono.più che amici con Hitler, caporale e pittore, ma si guardarono.bene dal seguirlo sulla strada della follia.

La Rivoluzione dei garofani ebbe un effetto simile alla Primavera di Praga del ’68. Simile ma diverso quanto a partecipazione. Quell’agosto del ’68 Praga si riempì di studenti. Piazza San Venceslao era affollata di ragazzi italiani, complici le vacanze estive.tornarono a casa appena.in tempo per non finire sotto i cingoli dei carri armati.sovietici.

A Lisbona, sei anni dopo, si ritrovò il meglio della sinistra europea. Leggete il racconto che fa Bernardo Valli dell’incontro con Jean-Paul Sartre, ormai vecchio e guardato a vista da Sumone de Beauvoir badante. È un pezzo di giornalismo da antologia.
Valli, poi alla Stampa e a Repubblica, era inviato del Corriere della Sera.

A far le ore piccole, bevendo e parlando del futuro giornale, che si sarebbe chiamato Repubblica, con due b, c’erano Caracciolo, Scalfari e un po’ di amici loro, del vecchio Espresso. All’improvviso, ha ricordato Valli quasi 40 anni dopo,

“l’avvenire aveva fatto irruzione nella società segregata, mandando in frantumi tutte le barriere. La gente correva affannosamente per recuperare il lungo tempo perduto, viveva in pochi mesi tutte le tappe della storia che aveva saltato, isolata come era all’estremità del continente. Adesso bruciava le tappe, con ingordigia, non ne mancava una, in uno stato di preoccupata ebbrezza, senza abbandonarsi alla violenza. I portoghesi non amano le esagerazioni. E quando possono evitano gli estremismi. Nelle corride non ammazzano il toro. Gli scontri tra unità rivali, tra reparti rivoluzionari e reparti controrivoluzionari, assomigliavano alle battaglie navali che facevamo sui banchi di scuola, al ginnasio. Capitava che i comandanti nemici si telefonassero: «In quanti siete?». Chi poteva dichiarare una superiorità numerica aveva vinto. L’ altro si ritirava. Rari furono i morti. Ma rapidi, precipitosi, furono i ritmi della rivoluzione. E l’ Europa intera li segui con il fiato sospeso”.

Il Portogallo

“era pieno di vita, tenace, e ansioso di fare tutte le esperienze che gli erano state proibite o risparmiate. Ci si poteva scandalizzare dei ritardi portoghesi, nel mezzo degli anni Settanta, ma quei ritardi a volte non erano privi di fascino. Lisbona era la meta di ininterrotti pellegrinaggi politici. I quotidiani italiani arrivavano nel pomeriggio in un’ edicola del Rossio. Un giornale socialista (Republica), costretto a cessare le pubblicazioni per uno sciopero dei tipografi in larga parte comunisti, diventò il simbolo della libertà di stampa in Europa”.

Ora è rimasto lo scheletro del palazzetto che lo ospitava. Monito. Speriamo non presagio.