Ribaltone Cdp, Renzi ha voglia di Iri e Egam, Argentina di Peron il modello?

di Sergio Carli
Pubblicato il 10 Giugno 2015 12:36 | Ultimo aggiornamento: 10 Giugno 2015 12:36
Ribaltone Cdp, Renzi ha voglia di Iri e Egam, Argentina di Peron il modello?

Franco Bassanini (foto Ansa)

ROMA – “Perché Matteo Renzi ha deciso di cambiare un anno prima della scadenza presidente e amministratore delegato della Cassa Depositi e Prestiti”? si chiede Francesco Manacorda sulla Stampa e aggiunge: “Che cosa si aspetta dai nuovi vertici che vuole insediare?”.

La Cassa depositi e prestiti, o Cdp, per inquadrarla, è una macchinetta che ha portato a casa, nel 2014, oltre un mliardo di euro di utile netto, vantava oltre 15 miliardi di euro di riserve. Due sono i suoi compiti principali: il finanziamento degli investimenti statali e di altri enti pubblici, quali regioni e altri enti locali e la raccolta del risparmio postale, che nel 2014 si può stimare sfiorasse i 300 miliardi di euro.

Con quei soldi di questi tempi ti ci compri tutte le società quotate alla Borsa di Milano. Un tesoro del genere è naturale che faccia gola a un Governo che vuole dare una svolta alla economia del suo Paese. Che poi questo faccia diventare l’Italia come la Germania o come l’Argentina uno se lo può chiedere ma la risposta è certa: Argentina.

5 x 1000

L’articolo di Francesco Manacorda sembra favorire questa spiegazione.

“Finora non è stata fornita nessuna spiegazione pubblica ed esplicita delle ragioni che stanno dietro questa scelta. E anzi la scelta stessa – ormai data per sicura – non è stata nemmeno annunciata, ma è trapelata attraverso indiscrezioni ben sincronizzate”.

Eppure la Cassa, in gergo Cdp, è uno strumento importantissimo per l’economia italiana e un dibattito trasparente sul suo ruolo e sulla sua missione, prima ancora che sui nomi di chi la debba guidare, sarebbe un ottimo segnale di democrazia sostanziale.

La Cdp, infatti, è una società mista pubblico-privato (il ministero dell’Economia la controlla con l’80,1% mentre le Fondazioni bancarie hanno 18,4%) che utilizza il risparmio raccolto dalle Poste per finanziare imprese e amministrazioni pubbliche, fare investimenti di lungo periodo in aziende strategiche come Eni o Snam e in grandi infrastrutture. L’anno scorso ha gestito risorse per 29 miliardi, mentre il totale dei suoi attivi superava i 350 miliardi. Un’enormità per l’Italia, dove il credito bancario resta difficile e gli investitori istituzionali di gran peso latitano.

Oggi la Cassa è guidata dal presidente Franco Bassanini, nominato nel 2008, e dall’amministratore delegato Giovanni Gorno Tempini, scelto invece nel 2010. Entrambi sono stati riconfermati nel 2013 e per entrambi il mandato scade tra otto mesi, nella primavera del 2016.

La scorsa settimana si è saputo che il governo intende cambiare in anticipo, già in questi giorni, i vertici. Alla presidenza vorrebbe Claudio Costamagna, uscito dieci anni fa dalla banca d’affari Goldman Sachs e oggi consulente e presidente di una grande società di costruzioni. E come amministratore delegato punterebbe a Fabio Gallia, un banchiere che guida la Bnl del gruppo Bnp-Paribas. C’è un piccolo strappo procedurale, visto che la nomina del presidente della Cdp spetta alle Fondazioni, ma pare che poco importi. La previsione è infatti che oggi quelle stesse Fondazioni, riunite sotto la presidenza di Giuseppe Guzzetti, appoggeranno il nome di Costamagna e lo faranno loro. Del resto le Fondazioni sono sotto schiaffo e lo sanno: se vogliono continuare ad avere nelle banche un potere forte e del tutto sproporzionato con i loro investimenti non gli conviene alzare i toni con il governo.

Ma questo è appunto un dettaglio. La sostanza è invece la scelta di mandare via quasi un anno prima della scadenza i vertici. Una decisione del genere potrebbe essere presa se si fossero macchiati di gravi colpe nei confronti della società e degli azionisti. Ma non è questo il caso. Allora perché? La risposta che informalmente si raccoglie è che la Cdp deve incominciare una «fase nuova» e trasformarsi in uno strumento più elastico e più pronto a seguire la politica industriale del governo.

È una scelta legittima, così come è pienamente legittimo che il governo cambi i vertici della Cdp – sebbene a voler insistere sui dettagli toccherebbe al ministro dell’Economia che è azionista e non a Renzi – visto che ha l’80% del capitale. Ma quale sarà allora la politica industriale del governo? Se non si chiarisce questo non si potrà nemmeno capire quale sarà la missione della Cdp guidata dai nuovi vertici – semmai con uno statuto modificato – e si continueranno ad alimentare i sospetti che gli uscenti vengano messi alla porta per aver detto qualche no di troppo; magari a un intervento della Cassa nell’Ilva o all’acquisto di una quota in Telecom Italia.

Dietro la vicenda Cdp torna dunque anche il tema che sulla Stampa aveva già affrontato il 13 maggio Alberto Mingardi.