Smartphone a scuola, dubbi e perplessità: Valeria Fedeli sponsor delle lobby digitali?

di Mardy Bum
Pubblicato il 25 gennaio 2018 12:29 | Ultimo aggiornamento: 26 gennaio 2018 8:51
Smartphone a scuola, perché Valeria Fedeli vuole sdoganarli?

Smartphone a scuola, dubbi e perplessità: Valeria Fedeli sponsor delle lobby digitali?

ROMA – Stare incollati a smartphone e tablet non è certo un toccasana. Lo vanno ripetendo fior fior di specialisti, ma per la ministra Valeria Fedeli è invece tempo di sdoganarli a scuola. Correva l’anno 2007 quando l’allora ministro Beppe Fioroni, bandì l’utilizzo dei telefonini in classe, dopo alcuni tragici casi di cyberbullismo. Più di dieci anni dopo, l’attuale titolare dell’Istruzione non sembra serbarne memoria.

Per stare al passo con i tempi, la Fedeli ha istituito un gruppo di lavoro ministeriale per valutare l’influenza degli strumenti digitali sui processi di apprendimento, i possibili utilizzi virtuosi al fine di innovare le metodologie didattiche e lo stato dell’arte ad oggi, a due anni dall’introduzione del Piano Nazionale Scuola Digitale. “La tecnologia è parte integrante della nostra vita – è convinta la ministra – Valutiamo come può diventare alleata di un’istruzione di qualità”.

La scorsa settimana i saggi nominati dal Miur hanno quindi partorito un decalogo, dieci regole per l’uso del cellulare in classe: niente chiamate né messaggi, sì all’uso di geolocalizzazione, social network e app per visite culturali e lezioni interattive. Potrebbe succedere, dicono gli entusiasti, che nel bel mezzo di una lezione un insegnante dica: “Prendete il cellulare, accendetelo, andate su Minecraft​ (il videogioco per costruire mondi) e realizziamo insieme un museo e una biblioteca”. Ma potrebbe anche capitare, ed è più verosimile che sia così, che i ragazzi perdano concentrazione, si distraggano con altre app e invece di alzare la mano, preferiscano cliccare su Google.

La proposta Fedeli, c’era da aspettarselo, ha fatto storcere il naso a parecchi esperti. Prima di tutto perché sembra che i saggi nominati dal Miur non siano mai entrati in una classe, né hanno mai prodotto dati che dimostrino gli effetti positivi di questi device a scuola. La letteratura scientifica, al contrario, è ricca di studi che attestano l’esatto contrario. Una recente ricerca della San Diego State University, sostiene addirittura che i teenager abituati a trascorrere ore e ore sugli schermi dei telefonini sarebbero “decisamente infelici”. Dai risultati è emerso che gli adolescenti che hanno trascorso più tempo davanti agli schermi di vari dispositivi sono meno felici dei compagni che invece hanno trascorso più tempo in attività lontano da schermi. Come la pratica di uno sport, la lettura di giornali e riviste, interazioni “faccia a faccia” con altre persone.

C’è poi la domanda delle domande: come mai in Francia, Germania, Inghilterra, Stati Uniti si è giunti a vietarne l’uso? O ancora: perché Steve Jobs e Bill Gates avrebbero tenuto lontano il più possibile i propri figli da questi device?’

Secondo Fedeli non usare lo smartphone a scuola significherebbe andare contro “la natura del digitale che cambia i comportamenti di una società e i modelli educativi”, ma a una condizione: “La proibizione all’uso personale dei cellulari a scuola rimane, stiamo regolando il loro uso didattico, sotto il controllo del docente”. E qui si solleva un’altra questione spinosa, dopo lo scandalo del prof del Liceo Massimo di Roma che per due mesi ha avuto rapporti con una sua allieva ed è stato scoperto proprio grazie ai messaggi che i due si scambiavano. “Dobbiamo regolamentare ed educare all’uso: vale anche per i docenti nel rapporto con le studentesse”, insiste Fedeli. Si ma chi controlla il controllore?

Il decalogo dei saggi non tiene neppure conto del fattore età: dalla nascita dei cellulari ad oggi, si è abbassata l’età media dei possessori di apparecchi telefonici portatili e già alle scuole elementari e medie molti studenti ne hanno uno. Valeria Fedeli ha tagliato la testa al toro: si all’utilizzo già a 6 anni, dalla scuola primaria.

Una “follia”, spiega Alberto Contri, docente di Comunicazione Sociale all’Università Iulm, al sito Key4biz.

“Neurologi e linguisti sono oramai unanimemente d’accordo nel sostenere che prima dei sette-nove anni occorre evitare di far mettere le mani sulla tastiera di un computer (figuriamoci di un cellulare, cosa che invece avviene già dai due anni in su). La scrittura a mano è fondamentale per aiutare il cervello a sviluppare un linguaggio strutturato. Altra cosa, va chiarito, è avvicinare i bambini ai principi del coding, tramite l’uso di cubi e forme colorate”.

Più ardito Daniele Novara, pedagogista, che allo stesso sito, parla di un vero e proprio “danno” e accusa di Miur di farsi sponsor delle lobby digitali.

Sì, il Miur ha agito a favore delle lobby del digitale. Andiamo a vedere i cv dei consulenti scelti dal ministero. Per carità, tutto sotto la luce del sole.

Si apre poi uno scenario di questioni secondarie, che non sono certo da sottovalutare. Come si preverrebbero, ad esempio, le discriminazioni di alunni sprovvisti di smartphone per volontà della famiglia. O il digital divide che, per ovvie ragioni, lascerebbe indietro gli studenti dei piccoli centri nei quali la velocità di connessione è ancora bassa. E poi qualcuno si è preoccupato dei rischi per la salute? Quali danni potrebbe produrre una tale concentrazione di onde elettromagnetiche nelle scuole?