Statali, il Tfr se lo tiene l’Inps due anni (i privati lo ricevono in un mese). Eredità Monti-Letta

di Redazione Blitz
Pubblicato il 23 marzo 2018 12:57 | Ultimo aggiornamento: 23 marzo 2018 12:57
Statali, il Tfr se lo tiene l'Inps due anni (i privati lo ricevono in un mese). Eredità Monti-Letta

Statali, il Tfr se lo tiene l’Inps due anni (i privati lo ricevono in un mese). Eredità Monti-Letta

ROMA – Se per i dipendenti privati la corresponsione del Trattamento di fine rapporto, il Tfr o la liquidazione per capirci, avviene un mese, un mese e mezzo, dopo l’uscita dal lavoro, per quelli pubblici bisogna morire o subire una forte invalidità per averlo in tempi umani, tre mesi.

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Gli altri devono aspettare, mentre il patrimonio si erode, mandando per aria i piani di chi, per esempio, avendo scelto di andare in pensione anticipatamente, si ritroverà l’assegno dovuto dopo 27 mesi.

Due anni e tre mesi, una vita. Chi semplicemente va in pensione per raggiunti limiti di età o chi ha il contratto che scade, deve attendere 15 mesi, dai 3 che prevedeva la legge. Legge che è cambiata durante i governi Monti prima e Letta dopo, a partire dal 2012: un tratto di penna fece scattare la dilazione, c’era l’emergenza conti pubblici, nessuno si è incaricato di cancellare una norma che viola palesemente la Costituzione. Pubblici o privati, i dipendenti non sono forse tutti uguali davanti alla legge?

E infatti è pronta una valanga di ricorsi (li sostiene la Cisl) avviata proprio con l’obiettivo di costringere la Corte Costituzionale a sanzionare l’incostituzionalità della legge e ripristinare l’uguaglianza dei lavoratori violata. Una raccolta firme sul web è aperta a tutti su Change.org. L’Inps, invece, si appella a un cavillo.

Il cavillo con cui il governo ha potuto infilare le mani nelle tasche degli italiani riguarda la particolare natura della liquidazione per i dipendenti pubblici. Per loro infatti si chiama Tfs (trattamento di fine servizio) e non è una retribuzione differita ma, tecnicamente, u trattamento previdenziale. Invece di essere accantonati dall’azienda e poi rivalutati, come si fa nel privato, i soldi vengono versati sotto forma di contributi, sia a carico del datore che del dipendente. (Sandro Iacometti, Libero)

 

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