Pagare le tasse non è bello: deve essere giusto. Lo sbaglio di Padoa Schioppa

Pubblicato il 27 settembre 2012 8:23 | Ultimo aggiornamento: 28 settembre 2012 9:59

Il verminaio della Regione Lazio ha suscitato in molti una ondata di sdegno. E in molti anche un domanda: ma perché devo pagare le tasse, per far fare le feste dei maiali agli amici di Renata Polverini e di Berlusconi?

Oltre a essere il paese al mondo con una delle più alte pressioni fiscali, oltre il 50 per cento, l’Italia è un paese di malfattori dove dominano i moralisti. Da che mondo è mondo è noto che con il moralismo non si fa politica. In politica ci vuole morale, ci vuole etica, ma ci vuole anche realismo e non ci vuole mai, come nella vita peraltro, moralismo.

Purtroppo il tema delle tasse è un tabù per la sinistra e i suoi dintorni, appunto in nome del moralismo, grazie anche al fatto che una buona parte della base elettorale della sinistra è fatta di lavoratori dipendenti per i quali, a tutti i livelli, le tasse non esistono, semplicemente perché c’è qualcun altro che le paga per loro. Nel senso che dalla retribuzione lorda, che noi nemmeno tocchiamo, le imposte sono prelevate direttamente dal datore di lavoro e versate al Fisco a nostra quasi insaputa. Molti di noi infatti ragionano sul netto e l’abitudine di considerare anche il valore lordo delle retribuzioni è un fatto abbastanza recente.

Sul moralismo fiscale della sinistra hanno pesato le parole pronunciate, quando era al Governo, da un eminente economista italiano, figura di alto valore morale che purtroppo, in quella occasione, scivolò nel moralismo, Tommaso Padoa Schioppa. Nel 2007, quando era ministro dell’Economia (Governo Prodi) , Padoa Schioppa disse, in una intervista a Rai 3:

“La polemica anti tasse è irresponsabile. Dovremmo avere il coraggio di dire che le tasse sono una cosa bellissima e civilissima, un modo di contribuire tutti insieme a beni indispensabili come la salute, la sicurezza, l’istruzione e l’ambiente”.

Il concetto è stato reiterato, nel settembre 2012, Annamaria Cancellieri, ministro dell’Interno (Governo Monti), ha detto in una intervista a Sky Tg 24:

“Ricordo sempre il compianto professor Tommaso Padoa Schioppa. Lui diceva che pagare le tasse é bello. Aveva ragione, perché ciò esprime un compito etico, che è appunto bello, anche se nel senso comune spesso questo gesto non è inteso così”.

Sono parole alte, nobili, anche se di poca prospettiva  storica, visto che la pietra fondante della democrazia moderna è la Magna Charta ottenuta dai baroni inglesi in cui il re riconosceva il principio che non poteva esserci imposizione fiscale senza rappresentanza parlamentare.

Con i moralismi assoluti, e perciò stesso anche un po’ ipocriti, si stabilisce un principio a senso unico: devi pagare e basta, senza diritto di discutere o obiettare. Siamo nella tradizione sabaudo-borbonica italiana (nell’Unione Sovietica c’era più attenzione alla pressione fiscale sui lavoratori di quanta ce ne sia nell’Italia di oggi), ma il problema se pagare le tasse non rientra nella categoria estetica, ma è politica allo stato puro.

La situazione è senza speranza per  i cittadini, i quali scoprono che tutti i partiti sono complici nella appropriazione, meglio sarebbe dire abbuffata, di denaro pubblico, anche se quel denaro non è pubblico, di una res pubblica che è pura finzione retorica di chi se ne è appropriato, da che mondo è mondo. Quel denaro è dei cittadini, ma oggi si può solo constatare che nessuno ci rappresenta.

Lo scandalo Lazio insegna. Travolge il Pdl nei modi sguaiati di utilizzo, per quel vizio d’origine di un partito nato per tutelare gli interessi industriali del re della tv commerciale Silvio Berlusconi, un partito che ha coinvolto tante persone per bene, tante persone in politica per fare politica, ma subordinate, per scelta politica, agli interessi privati di uno solo.

Ma anche la sinistra non ne esce immune, perché i suoi uomini, non per le feste dei maiali maper il partito, si badi bene, è stata comunque complice e infatti non è che li abbiamo sentiti molto su questo scandalo. Non c’è sguaiatezza, non c’è arroganza, c’è l’antica sottomissione agli interessi del partito. Ma i soldi sono sempre i nostri e i loro appetiti sono sempre gli stessi.

Non è con il moralismo che si vince la lotta alla evasione e da soli non bastano nemmeno gli strumenti repressivi, come insegnano paesi che in fatto di repressione fiscale sono più avanti di noi da decenni e dove comunque l’evasione impera. La lotta all’evasione, che durerà in eterno come la lotta tra il bene e il male, potrà se non essere vinta fare dei progressi nel senso del bene non col il moralismo, ma con la giustizia: convincendo i cittadini che pagare le tasse non è bello, ma giusto. Per convincerli, non bastano le massime, ci vuole la prova di un uso corretto dei nostri soldi da parte di quella metà di noi che ci vive sopra.

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