Tasse tema politico: Barbara Spinelli è la prima a sinistra a scoprirlo

Pubblicato il 28 Febbraio 2013 7:58 | Ultimo aggiornamento: 28 Febbraio 2013 15:25
barbara spinelli

Barbara Spinelli, con Giorgio Napolitano

I risultati delle elezioni 2013 sono l’occasione per Barbara Spinelli per un

Sotto il titolo “La pentola scoperchiata”, Barbara Spinelli se la prende con i “luoghi comuni, frasi fatte, formule slogan che ci accompagnano da mesi e anni”.

Populismo:

“accusa lanciata disordinatamente contro chiunque abbia l’ardire di accusare i politici regnanti e le loro vaste provinciali inadeguatezze”.

Sacrifici, austerità: sono

“presentati come nobili porte strette che ci avrebbero restituito prestigio europeo, e che dovevamo alle generazioni future”.

“Governabilità. Parola un po’ irrisoria, quando il termine oggi preferito non è governo ma l’inafferrabile governancetecnica”.

Sono, per Barbara Spinelli “frasi fatte, accartocciate come foglie, trascinate da un vento che non sappiamo dove andrà ma sappiamo da dove viene”

“È vero: c’è del populismo in Grillo come in Berlusconi. C’è l’antico ribrezzo provato dalla democrazia sostanziale (il paese reale) verso la democrazia formale, rappresentativa (il paese legale).Se però l’avanzata di Grillo e la rivolta fiscale berlusconiana fossero un vento solo distruttivo, la storia sarebbe prevedibile. Non lo è affatto invece. Anche se dissimili, i populismi non sono oggi solo furia e raptus”.

Questo è vero, sostiene Barbara Spinelli, specialmente nel voto a Grillo:

“C’è il desiderio del popolo di farsi cittadino, anziché massa informe, zittita, spostabile. E c’è una vera e propria esplosione partecipativa: non un fuoriuscire dalle istituzioni pubbliche, come in Forza Italia o Lega, ma una presa di parola”.

Qui la Spinelli, che in precedenza non era mai entrata così a fondo nell’analisi delle motivazioni che hanno spinto a votare Grillo, scopre delle cose difficili da vedere e non vede la carica eversiva del messaggio di Grillo, arrivando a scrivere:

“Il cittadino dipinto da Grillo non intende annientare lo Stato: “si fa Stato”, vuol essere ascoltato, contare. Diffida di un patto con le generazioni future che “salti” quella presente. Non fu Monti a dire, senza arrossire, che esisteva una generazione perduta di 30-40enni?”.

Spinelli arriva allo “aspetto più sconvolgente del voto”,

“l’abissale ignoranza di quel che bolliva nei nostri sottofondi: non da mesi, ma dall’inizio della crisi e forse prima. Il sottosuolo italiano era ignoto a quasi ogni partito, e la lotta elettorale non sarà dimenticata: chi è andato a parlare al Sulcis o a Taranto, chi ha scandagliato la Sicilia città dopo città, come i comunisti d’un tempo, se non Grillo? Gridava slogan, ma era lì dove si soffriva, l’occhio fisso sulla crisi. Grillo non nega il baratro, a differenza di Berlusconi”.

Poi c’è un corto circuito concettuale tra la “verità” che Grillo annuncia, di un futuro più povero, su cui, è vero, Grillo solo ha parlato e su cui tutti gli altri, Monti in testa, ci hanno igannato e la prospettiva un po’ troppo cristiana, evangelica:

“È stato l’unico a dire l’acre verità, per noi e i paesi industrializzati: «Saremo tutti più poveri, forse, ma almeno saremo più solidali»”.

C’è il riconoscimento di un merito, che fu del Msi e di Rifondazione comunista:

“Difficile confutare il suo presagio: senza M5S, l’ira popolare secernerebbe un’Alba Dorata greca o il dispotismo ungherese di Orbán”.

Altra analisi centrata:

“Si è parlato più volte del New Deal di Roosevelt, per vincere una crisi che ricorda il ’29. Nulla di analogo viene proposto, né dai governi né dall’Europa, che se solo lo volesse potrebbe lanciare un piano simile”.

Poi un pizzico di retorica demiurgica quando afferma

“che il New Deal non costruì solo strade, ponti, scuole, università. Roosevelt era convinto che ilgoverno dell’economia aveva fallito, cedendo ai mercati, per un’altra ragione, non contabile ma culturale: l’immane continente americano era ignoto, oscurato da stampa, libri e cinema. Il gran pentolone andava scoperchiato: primo perché chi vive nel cono d’ombra – se visto – si sente riconosciuto, riconquista dignità; secondo perché i governanti correggono i mali solo se li discernono”.

Come se la cultura non nascesse per generazione dalla crescita economica e fosse creabile, orientabile, plasmabile, come nei sogni di Stalin e del Minculpop. Poi tornando al concreto italiano l’analisi si fa dura, anche sempre con un po’ di dimensione illuministica:

“C’è chi parla di macerie: tale sarebbe l’Italia dopo il voto. Ma anche questo è luogo comune. Le macerie già c’erano, affastellate da partiti chiusi nei recinti e da regioni (la Lombardia, non esclusivamente la Sicilia) prive di senso dello Stato da un secolo e più. In tutta la campagna, Bersani non ha trovato un solo progetto forte, che oltrepassasse la propria cerchia e si mettesse in ascolto di rivolte e paure”.

La parte più rilevante dell’articolo è nell’ultimo capoverso: è la prima volta che da sinistra si riconosce valore politico al tema fiscale. Peccato che lo si scopra dopo, che sia un riconoscimento postumo. Comunque è importante, perché il defunto compagno di Barbara Spinelli, Tommaso Padoa Schioppa, quando fu ministro dell’economia, ebbe a teorizzare che “è bello pagare le tasse”. Comunque, scrive ora Barbara Spinelli, Bersani,

“tanto temeva il populismo che ha sottostimato la rivolta contro le tasse, quasi non sapesse che pagare una Imu altissima in piena crisi era impossibile a persone con una casa, ma senza soldi. Ha minacciato di tassare i patrimoni superiori a 1,3 milioni, impaurendo le classi medie più che i veri ricchi. Vuol vietare i pagamenti in contante oltre i 300 euro, e ironizza sulla «storiella delle vecchiette» senza carta di credito. Tutt’altro che storiella in un paese vecchio, non abituato alla credit card. Non sono certo lì gli evasori”.