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Trento e le flatulenze del maialino di Boldi: quanti soldi (nostri) a Natale da Chef?

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Il maialino del film Natale da Chef

Cosa ci fa la nobile, elegante e aristocratica Trento con le flatulenze del cinpanettone di Massimo Boldi, Natale da chef? Quanti soldi gli hanno dato per un film abbastanza scadente e pieno di volgarità gratuite e anche poco comiche? Donald Trump che vomita, Paolo Gentiloni a pantaloni calati sulle caviglie, seduto sulla tazza del water, assediato da Angela Merkel e Theresa May che bussano disperate in preda alla diarrea? O una maialina che soffia farina dalla parte sbagliata sul naso di Boldi?

Per chi segue con un po’ di attenzione queste cose, fa un certo effetto vedere il marchio di Trento nei titoli di testa, accanto a quello della Medusa di Berlusconi. Se pensi che sono soldi delle tue tasse (Trento è come l’Alto Adige, a statuto speciale), ti rendi conto che puoi solo espatriare. Saranno le nuove frontiere della comunicazione, ma quei soldi, non sappiamo quanti, sarebbero stati spesi con maggiore efficacia in pubblicità sui giornali o sui siti internet o in tv.

Per fortuna degli autori di questa imbarazzante scelta, pochi si accorgono dell’abbinamento. Pochi sono gli spettatori in sala. A una settimana dall’uscita del film, nonostante sia mercoledì e quindi il biglietto sia a prezzo ridotto, la sala, una delle più grandi del cinema Adriano a Roma, è un forno vuoto. Non più di 10 spettatori allo spettacolo delle 20,40. Era andata male fin dall’inizio. Nel primo week end di programmazione, Natale da chief ha attirato la metà degli spettatori, e degli incassi, del rivale Poveri ma ricchissimi con protagonista Christian De Sica. Il confronto, volgarità contro volgarità, vaffa per vaffa, infatti è esaferatamente favorevole a De Sica.

Quando l’abbinamento Boldi-Neri Parenti- Trento fu lanciato in rete, così scriveva il Dolomiti:

“Un prodotto cinematografico che rappresenta l’italianità secondo l’assessore del Comune di Trento Roberto Stanchina. “Bisogna prendere tutto con il sorriso: ce lo insegna questo grande filone del cinema italiano – dice l’assessore con delega per turismo e politiche economiche ed agricole –. E’ un onore che la produzione abbia scelto il Trentino, territorio visto ancora come “il mondo di Heidi”. Sappiamo che non sia così e speriamo che il film aiuti a sfatare questo mito”.

Spero che rileggendo queste sue parole, dopo avere visto il fil, pagando il biglietto di tasca sua, il signor Stanchina almeno arrossisca di vergogna.

“La Trentino Film Commission ha contribuito operativamente. “Una collaborazione proficua e, auspichiamo, a lungo termine – spiega Laura Zumiani, dell’area marketing di Trentino Sviluppo –. Questa volta si vedranno più angoli del territorio provinciale, da quelli più storici a quelli più “pop”. Oltre alla città di Trento, si vedranno Riva del Garda, Arco, Drena, Rovereto e Mezzocorona. A Trento, in particolare, le scene si sono svolte tra via Belenzani, via Manci, piazza Duomo, Palazzo Roccabruna, Palazzo Thun e, naturalmente, il Castello del Buonconsiglio”. La Trentino Film Commission ha fornito un supporto iniziale nella scelta delle location e, successivamente, nei servizi di logistica e nei vari contatti locali”.

Francamente non ci siamo accorti di Trento e delle sue bellezze, se non dell’incombente massiccia mole del Castello del Buonconsiglio. In realtà si vede più Roma che Trento. Non abbiamo idea di quanti soldi dei nostri costoro abbiano speso, ma siamo certi che sono sempre troppi.

Altra cosa assurda è che il titolo del film è Natale da chef ma questo non si vede ed è anche abbastanza fuori bersaglio. Le riprese sono state fatte in estateChe un G7 si tenga proprio a Natale? Il sole splende, i prati sono in fiore, nemmeno un filo di neve…

Forse sarà il momento che qualcuno controlli un po’ più da vicino le spese delle varie Regioni in contributi a produzioni cinematografiche. Quanto denaro fluisce in qursto canale? Sono state valutate alternative? Sono misurati gli effetti? Ci sono regioni che ai giornali hanno dato ben poco, tanti soldi sono finiti agli amici degli amici. A priori è facile motivare. Andiamo a vedere dopo dove e come sono finiti i soldi. Non parliamo della Guardia di Finanza, per carità. Basterebbe che i grandi giornalisti d’inchiesta, invece si accanirsi con Emanuela Orlandi o altri cold case, alzassero i tacchi e andassero davvero a rompersi il muso contro il muro della burocrazia. Basterebbe che gli editori, ormai latitanti e capaci solo di esprimersi con la cassa integrazione, guardassero meglio la cassa degli altri, visto che si tratta di concorrenza, certo non sleale ma certo feroce. Anche se si tratta di Medusa…

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