Umberto Agnelli moriva 10 anni fa: gigante misconosciuto fra dovere e visione

di Marco Benedetto
Pubblicato il 27 Maggio 2014 12:03 | Ultimo aggiornamento: 27 Maggio 2014 13:36
Umberto Agnelli moriva 10 anni fa: gigante sconosciuto fra dovere e visione

Umberto Agnelli, con la sorella Susanna, piange al funerale del fratello Gianni, nel gennaio 2003. 16 mesi dopo, il 27 maggio 2004, lo avrebbe raggiunto

Umberto Agnelli, della cui morte ricorre, il 27 maggio 2014, il decimo anniversario, è stato uno degli uomini più capaci, lungimiranti e sfortunati che la storia recente abbia conosciuto.
Grande uomo, grande padre di famiglia, carico di una umanità intensa anche se poco percepita, è vissuto schiacciato dal peso del dovere, dell’obbligo, dell’obbedienza: alla famiglia, alla Fiat, all’Italia.
I suoi meriti sono stati assorbiti dalla nebbia della scarsa memoria italiana, ma dei risultati hanno beneficiato e beneficiano tutti, ancora oggi.
Fu Umberto Agnelli a attuare la trasformazione della Fiat da monolito accentrato in stile sovietico, dove anche l’acquisto di un pennino passava dal vertice di Corso Marconi, in un gruppo articolato, stellare, in cui ogni azienda vive di vita autonoma, capace di muoversi sul mercato dei prodotti e della finanza senza pastoie dalla casa madre se non i vincoli delle compatibilità.
Oggi sembra un dato acquisito, ma negli anni ’70, quarant’anni fa, ci voleva una visione da telescopio, non un semplice binocolo.

Umberto Agnelli aveva iniziato a lavorare a meno di 23 anni, portando la Juventus a risultati eccellenti e poi occupandosi di auto e di assicurazioni, per poi diventare, a 36 anni, nel 1970, amministratore delegato della Fiat.

Il fratello maggiore, Gianni Agnelli, assegnò a Umberto un ruolo che oggi si direbbe di rottamatore: scardinare strutture, dogmi e cordate di uomini legati a un passato irripetibile quello del monopolio nel boom della crescita della Italia post bellica, per adeguare la Fiat alle nuove condizioni del mercato, la concorrenza dei colossi stranieri e l’Europa. Non solo per un fatto caratteriale ma anche di età, Gianni Agnelli non sarebbe stato adatto: 14 anni in più ne facevano un uomo ponte ma Umberto era interamente uomo della nuova Italia, meno disponibile alla mediazione, più consapevole che era una strada senza ritorno.
Fu Umberto Agnelli, amministratore delegato dell’intero Gruppo, a assumere su di sé la responsabilità del licenziamento di 61 operai della Fiat Auto, violenti, assenteisti, in odor di terrorismo.
Oggi viviamo in un’altra Italia, dove ci agitiamo un po’ per qualche scippo e botte allo stadio. Ma nel 1979, Francesco Cossiga, presidente del Consiglio, diede del pazzo a Umberto Agnelli, giornalisti della Rai raccoglievano dossier per sostenere in Pretura la causa contro la Fiat. Oggi piangiamo su una Italia violenta, ma in quegli anni la violenza era endemica, era rabbia esistenziale, per cui sugli aerei poco mancava che ti sputassero, che indossare una pelliccia per una donna significava prendere botte in strada, l’odio lo sentivi nella voce rauca e asra del radiotaxi.

Umberto Agnelli credeva nell’Europa, quando ancora l’Europa era una entità astratta e senza comprensibili potenziali. Alla vigilia delle prime elezioni dirette del Parlamento europeo, nel giugno del 1979, fece ristampare un libro scritto dal nonno Giovanni Agnelli e dall’economista Attilio Galbiati nell’agosto del 1918, quando ancora c’era la guerra: “Federazione europea o Lega delle Nazioni”. L’Europa era già nella visione del più grande industriale italiano del ‘900, la riedizione del libro affermava radici profonde. Umberto Agnelli non fece in tempo a farlo distribuire. Cesare Romiti, appena insediato, ne ordinò la distruzione.

Umberto Agnelli andò avanti, anche se tenere duro gli costò il posto, quando sostenne pubblicamente la necessità di svalutare la lira e licenziare migliaia di operai per ridare competitività all’industria italiana e alla Fiat. Resistette contro tutti e Enrico Cuccia ne impose la sostituzione con Cesare Romiti. Ma se la Fiat si è ripresa dallo sprofondo degli anni ’70 fu per la barra al centro tenuta da Umberto Agnelli, dalla cui scelta derivarono l’occupazione di Mirafiori, il ritorno delle fabbriche alla normalità, l’ingresso di Vittorio Ghidella nel gruppo dirigente della Fiat, che capovolse una perdita astronomica in un utile di 3 mila miliardi di lire dell’80.

Furono negati a Umberto Agnelli tanto i tempi della lotta quanto quelli della vittoria, estromesso dalla guida della Fiat più per l’antipatia che verso di lui nutriva Enrico Cuccia che non per ragioni condivisibili.
Si dedicò alle holding di famiglia, trasformandole da scatole di azioni in colossi della finanza mondiale.
Chiuse la sua vita ancora alla cura della Fiat. Il controllo della forza lavoro non era bastato a mettere in orbita l’azienda e l’uscita di Vittorio Ghidella ne accelerò il declino, il cui simbolo quasi plastico è l’umiliazione imposta da Berlusconi a Paolo Fresco, presidente post Gianni Agnelli e Paolo Cantarella, amministratore delegato post Romiti, costretti a un pellegrinaggio domenicale a Arcore per chiedere a Berlusconi aiuto e pietà.
L’atto finale di Umberto Agnelli, prima di morire, dieci anni fa, fu la designazione di Sergio Marchionne a amministratore delegato e di Luca Montezemolo a presidente, per garantire alla famiglia Agnelli la transizione serena fino all’avvento di John Elkann.
Le ultime fasi della vita di Umberto Agnelli sono state ricordate sulla Stampa, di cui in quegli anni era direttore, da Marcello Sorgi:

“Nell’autunno di quel tremendo 2003 si sparse voce che Umberto stava male. I vertici della Fiat facevano di tutto per circoscrivere e smentire le indiscrezioni, ma non appena si rese conto della sua gravità fu lui personalmente ad aprire la rete del silenzio. Chi andava a fargli visita, lo trovava assistito dagli stessi medici che solo l’anno precedente avevano curato suo fratello Gianni, e prima ancora suo figlio Giovannino, morto giovanissimo, nel ’97, quando era già stato designato al ruolo che troppo tardi era arrivato al padre. Un destino infame e purtroppo già scritto.

“Ma prima di morire, preoccupato che il lavoro appena iniziato, e che iniziava a dare i suoi frutti, potesse essere compromesso dalla sua scomparsa, Umberto volle imprimere un indirizzo anche alla Fiat che sarebbe venuta dopo di lui. A sorpresa, in una delle mattine in cui erano andati a sottoporgli le decisioni correnti, i suoi collaboratori lo sentirono parlare di Sergio Marchionne, un nome che conoscevano appena, con un apprezzamento superiore alla sua prudenza abituale. Non era molto infatti che Umberto aveva deciso di acquistare la Sgs, una società svizzera di revisione di conti di cui appunto Marchionne era amministratore. Successivamente aveva voluto che lo stesso Sergio entrasse a far parte del Consiglio d’amministrazione della Fiat: dove, gli risultava, aveva istintivamente stretto amicizia con suo nipote John Elkann. «Se doveste trovarvi in una situazione imprevista – sussurrò a fatica, prima di congedarsi – ricordatevi di quel che vi ho detto»”.

Sono passati 10 anni. Troppe perturbazioni, do bugie, di polemiche, di egotismi hanno confuso i ricordi. Solo ora, 10 anni dopo, il pulviscolo comincia a decantare. Il meglio deve ora venire. Oltre all’articolo di Marcello Sorgi, si segnala, sul Sole 24 Ore, quello di Valerio Castronovo, storico, autore della grande biografia del primo Giovanni Agnelli e compagni di scuola di Umberto Agnelli.

(foto Ansa)