Valeria Fedeli getta i licei genovesi nel caos: sassi, polemiche e un po’ di voti persi

di Redazione Blitz
Pubblicato il 15 febbraio 2018 6:51 | Ultimo aggiornamento: 14 febbraio 2018 13:57
Il ministro Valeria Fedeli getta i licei genovesi nel caos: sassi, polemiche e un po' di voti persi in vista del 4 marzo

Valeria Fedeli getta i licei genovesi nel caos: sassi, polemiche e un po’ di voti persi

ROMA – Una uscita un po’ affrettata del ministro della Pubblica Istruzione Valeria Fedeli, ‘a Ministra, sindacalista dal percorso formativo incerto, femminista e alla ricerca di qualche consenso elettorale, ha mandato la scuola di elite di Genova in confusione e nel processo ha anche fatto perdere un po’ di voti al Pd.

La signora Fedeli, forse ispirata dagli stessi consigliori che le hanno fatto sbagliare i congiuntivi ha inveito contro i licei razzisti di Roma, Milano e Genova.

Secondo ‘a Ministra, queste scuole, o forse meglio dire squole, vantavano assenza di extracomunitari e poveri in genere nei loro banchi e lo facevano proprio sul sito del Ministero, che dovrebbe invece essere specchio di correttezza politica. Peccato che si trattasse non di vanterie per attrarre iscritti bensì di risposte dirette a altrettanto dirette e puntuali domande di un questionario ministeriale. Probabilmente la Fedeli non ha nemmeno visitato il suo sito. Le è bastato un articolo su Repubblic, bell’esempio se non di fake news certo di notizia un po’ coartata.

A Milano e Roma, abituati a ben altro, hanno dato fin de non recevoire alle infondate accuse del ministro. Ma Genova è provincia profonda e basta una brezza per provocare una tempesta in quel mare di solito così calmo.
Furiosi gli studenti, storica base elettorale della sinistra, che naturalmente respingono le “accuse di razzismo”.

Anche un po’ spaventati, dopo che qualche scemo ha avuto la geniale idea di lanciare dei sassi contro il portone del liceo D’Oria, uno dei licei incriminati. Qualche vetro rotto, la beffa che lo sfregio è stato commesso a poche decine di metri dalla Questura, simmetricamente dall’altra parte del grandi giardini che fanno da fondale a piazza della Vittoria, del grande ancorché fascista architetto Piacentini. Estate e inverno, da quando il Duce li benedisse, in quei giardini anno dopo anno, i giardinieri del Comune di Genova dispongono le piante verdi, rosse e bianche in modo da disegnare le caravelle di Colombo.

I ragazzi sono anche un po’ indignati: “Non siamo razzisti, stiamo vivendo un incubo”, hanno dichiarato al  Secolo  XIX. Il Secolo XIX parla di “clima di assedio”. Un studentessa del quarto anno, che sarebbe la seconda liceo classico, dice: “La scuola sta pagando un prezzo troppo alto per non avere fatto nulla”.

Una sua compagna di corso aggiunge:

“Avremmo avuto il compito in classe di greco ma la professoressa lo ha rimandato per parlare di quanto è accaduto. In classe siamo ancora tutti increduli. Questa non è una scuola razzista, è una scuola che contro il razzismo e per l’integrazione fa molto”.

Una del quinto anno, dice che «nei prossimi giorni vorremmo scrivere e far pubblicare la nostra versione dei fatti per far capire a quanti in questi giorni ci hanno etichettati così brutalmente che si sono sbagliati”.
Indignati anche i  professori. Non solo la preside  Mariaurelia Viotti, preside del D’Oria, ha reagito interpellata dal Secolo XIX. Anche il collega rivale del Liceo Colombo (al D’oria studiarono Massimo D’Alema e Alessandro Profumo, al Colombo Fabrizio De André tanto per dare un’idea), il prof. Enrico Bado, ha telefonato alla collega Viotti per manifestarle solidarietà. La sua solidarietà, nota il Secolo XIX, vale doppio: Bado è preside del Colombo, l’altro liceo classico del centro città, storico rivale del D’Oria:

“Davvero un fatto spiacevole, un esempio di corto circuito burocratico-mediatico, di non-notizia diventata una valanga. La collega mi pare abbia chiarito tutto molto bene, spiegando che non c’è nulla di razzista in quella scuola, come in nessuna scuola di questa città. Sono molto dispiaciuto per lei e spero che la solidarietà mia e dei miei colleghi serva a qualcosa”.

Sta a vedere che alla fine la colpa è dei giornali e dei giornalisti.