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Vigilia di Natale, cosa vuol dire davvero il precetto di astenersi dalla carne?

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Perché non si mangia carne alla vigilia di Natale (foto Ansa)

ROMA – Vigilia di Natale, vigilia di magro. La Chiesa dice: astensione dalla carne. Di che carne si tratta? Quella del macellaio o quella che il Demonio fa tremare di voglie e peccati? Ormai l’interpretazione consolidata è che si tratti di cibo. Non è una novità. Tanto che il ciclo delle pescherie ha come giorno clou proprio il venerdì. Lo prescrive uno dei cinque Precetti Generali della Chiesa e lo estende, appunto, alla vigilia.

Ma tutto fa pensare a una pezza per nascondere un precetto imbarazzante e in fondo pruruginoso. Infatti il dubbio che si tratti piuttosto della carne debole e peccaminosa che non dello stomaco trova sostegno se si fa una riflessione.

Le origini del precetto si perdono nella notte dei tempi. Ma il consumo di carne come lo conosciamo oggi è cosa recentissima. Una volta la carne compariva in tavola solo la domenica, dove compariva. Nel menu dei poveri c’erano polenta e legumi. I contadini tenevano le mucche per il latte, i buoi per lavorare i campi, altro che bistecche. Il sogno di Enrico IV, grande re di Francia, fu quello di fare entrare un pollo nella pentola di ogni suddito, ma solo la domenica.

Difficile astenersi da qualcosa che non si fa. Se poi già devi digiunare, nel digiuno è compresa anche la carne intesa come alimento. Ma i rapporti intimi, specie in un mondo senza tv né pillola, erano l’unica attività in cui i signori e i padroni non potevano dire la loro, almeno fino a un certo punto. Ma la Chiesa, invece, aveva da dire anche in mezzo alle lenzuola. Di qui il precetto.

Il Quotidiano Nazionale ne fissa una origine relativamente recente nel Codex Iuris Canonici del 1917. Vi si prescrive l’astinenza dalle carni e il digiuno nelle vigilie delle feste solenni di Pentecoste, Assunta, Ognisanti e Natale.

Più recente è la Costituzione Apostolica Paenitemini del febbraio 1966 firmata da Papa Paolo VI. In quell’occasione si stabilì il digiuno per il Mercoledì delle Ceneri e il Venerdì Santo, e quello dell’astinenza dalla carne a tutti i venerdì dell’anno.

Ma questo te lo insegnavano al Catechismo già dai tempi del Concilio di Trento.

Il digiuno si applicherebbe solo dai 18 ai 60 anni mentre l’estinenza comincerebbe solo a 14 anni compiuti. Questo dettaglio conferma la tesi che non di carne alla brace si tratti, ma di carne ardente, quella del diavolo in corpo. Per millenaria convinzione, i 14 anni sono l’età in cui una volta si diventava uomo. Ci si poteva sposare e figliare. Come volevasi dimostrare.

La scelta del venerdì, se non la si collega col martirio di Cristo, la dice lunga sulle origini e le radici ebraiche del cristianesimo. Il venerdì infatti è vigilia del sabato, giorno in cui Dio si riposò dalle fatiche della creazione e i buoni ebrei si astengono da qualsiasi attività. Per i cristiani il giorno sacro del riposo è la domenica, al punto che nel mondo protestante nemmeno le partite di pallone si giocavano di domenica. Il venerdì c’entra poco con la tradizione cristiana, ma tanto con quella ebraica. E in mezzo c’è Gesù. Gesù trascorse in preghiera, sudando sangue e chiedendo invano al Padreterno di essere esonerato dalla prova suprema, la vigilia della sua crocifissione. In questo caso la vigilia fu di giovedì, perché la crocifissione fu di venerdì, visto che il sabato i buoni ebrei non avrebbero permesso nemmo l’esecuzione di un terrorista, ancorché da parte del braccio secolare romano.

Il rito della vigilia è probabilmente qualcosa di intrinseco alla storia dell’umanità, da che mondo è mondo, da che uomo è uomo. È l’attesa dell’evento, è la notte insonne in preghiera e meditazione. Digiuno e astinenza, ma dai piaceri che può dare la carne del nostro corpo, non dalla soddisfazione che può venire da un tenero filetto, sono il presupposto della purificazione necessaria. Nella nostra cultura infantile c’è la veglia del cavaliere la notte prima dell’investitura. Come se quello potesse essere stato il nostro comune destino e non quello di pochi prepotenti, nobili ma senza soldi.

Niente di dissimile dal ritiro dei calciatori. Il grande evento non è l’investitura, è la partita. Ma le donne sono off limits.

 

 

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