“Non sono criminale guerra”: generale croato Slobodan Praljak beve veleno in aula e muore in ospedale VIDEO

di redazione Blitz
Pubblicato il 29 novembre 2017 20:20 | Ultimo aggiornamento: 30 novembre 2017 0:07
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“Non sono criminale guerra”: generale croato Slobodan Praljak beve veleno in aula e muore in ospedale

L’AJA – Il generale croato Slobodan Praljak è deceduto in un ospedale all’Aja, dopo aver bevuto in diretta televisiva una bottiglietta di veleno al momento della conferma della sentenza di colpevolezza per crimini di guerra, con la condanna a vent’anni di carcere, al Tribunale internazionale per la ex Jugoslavia.

Il Tribunale penale internazionale per l’Ex Jugoslavia ha subito sospeso l’udienza contro l’ex leader croato in Bosnia. L’uomo ha urlato “Praljak non è un criminale” e ha bevuto da una piccola fiala marrone. L‘udienza è stata immediatamente sospesa. “Il mio cliente ha preso del veleno”m ha urlato l’avvocato davanti alla corte.

L’ex generale è stato portato in ospedale dove ha ricevuto “tutta la necessaria assistenza medica”, ha reso noto un ufficiale del Tribunale penale internazionale per l’Ex Jugoslavia. Poi, secondo quanto scritto dai media locali, è morto a seguito delle complicazioni causate dal veleno.

Praljak è stato condannato per aver fatto da intermediario tra il governo di Zagabria e quello della Herceg Bosna, svolgendo la duplice funzione di ufficiale del Ministero della Difesa croato e, allo stesso tempo, comandante dell’Esercito dell’Herzeg-Bosnia.

Praljak, proprio in quanto capo delle operazioni dell’Hvo nella zona di Mostar, è stato riconosciuto nella sentenza come il principale responsabile della distruzione del Ponte vecchio, lo Stari Most, il simbolo plurisecolare della città di Mostar e della sua convivenza tra culture. Il ponte di Mostar fu bombardato l’8 novembre 1993 e crollò il giorno successivo, arrecando, secondo la Corte, “un danno sproporzionato alla popolazione civile musulmana di Mostar”.

Il suicidio in diretta del generale croato è soltanto l’ultimo di una serie di macabri rituali che si sono diffusi ancora di più in tutto il mondo con l’avvento dei social media. La storia di Christine Chubbuck fu la prima a fare scalpore, ispirando anche il mondo del cinema. La mattina del 15 luglio 1974 la 29enne presentatrice televisiva americana, che soffriva di depressione, si presentò nei suoi studi dell’emittente Channel 40, in Florida. Pochi minuti dopo l’inizio della diretta, pronunciò il suo scioccante discorso d’addio: “In linea con la politica di Channel 40 di fornirvi le ultime novità in fatto di sangue e budella, a colori, state per vederne un’altra, un tentativo di suicidio”. E si sparò un colpo di pistola alla testa.

Due anni dopo il regista Sydney Lumet girò una scena analoga nel film ‘Quinto potere’. E l’anno scorso Antonio Campos ha raccontato proprio la storia di ‘Christine’, dove la protagonista si toglie al vita dopo essere stata stritolata dalla competizione lavorativa, da problemi personali e di salute e dal conflitto tra immagine pubblica e disperazione interiore.

Sempre negli Stati Uniti, nel gennaio del 1987, il senatore repubblicano Robert ‘Mudd’ Dwyer convocò una conferenza stampa in diretta dalla Pennsylvania per proclamare la propria innocenza, dopo essere stato travolto da accuse di corruzione e frode. Al termine del suo discorso, però, avvertì che quello che stava per fare avrebbe “provocato dolore a qualcuno”. E si sparò in bocca.

La morte in diretta, oggi, racconta anche del profondo disagio di una generazione che non vede prospettive. Nel maggio del 2016 la Francia è rimasta sconvolta dal caso di una 19enne della periferia di Parigi che in diretta su Periscope – un app in voga tra i giovanissimi – ha iniziato a raccontare ai suoi follower i motivi del suo suicidio: “Sono arrivata al punto di non aver più voglia di niente”. Poi si è buttata sotto un treno, mentre centinaia di persone seguivano quei tragici momenti.

Ci sono stati anche suicidi in diretta per amore. Come quello di una coppia di teenager russi, i 15enni Denis Muravyov e Katerina Vlasova che nel novembre del 2016 si sono barricati in casa in un villaggio del nord dopo aver litigato con i genitori che li avevano sorpresi a letto insieme. Hanno trasmesso in streaming le ultime ore trascorse insieme, tra risate, bevute, e gli spari contro la polizia che cercava di farli uscire. Fino a a che non hanno deciso di farla finita, con le loro stesse armi. Perché, hanno spiegato, “non ci possiamo arrendere”.