Napolitano contro la Procura di Palermo: “Intercettazioni lesive”

Pubblicato il 16 luglio 2012 19:30 | Ultimo aggiornamento: 16 luglio 2012 22:55
giorgio napolitano

Foto Lapresse

ROMA – Giorgio Napolitano va all’attacco dei giudici di Palermo: secondo il capo dello Stato le telefonate intercettate e non distrutte (tra lui e Nicola Mancino) posso costituire “un precedente pericoloso” e sono “lesive verso il capo dello Stato”. Per questo Napolitano, come si legge in una nota ufficiale del Quirinale, “ha firmato il decreto con cui affida all’Avvocatura dello Stato l’incarico di sollevare il conflitto di attribuzione tra poteri dello Stato”. Sul caso dovrà pronunciarsi la Corte Costituzionale.

La vicenda da cui è scaturito tutto è quella delle telefonate intercettate tra Napolitano e l’ex ministro dell’Interno, Nicola Mancino (che è stato anche vice presidente del Consiglio Superiore della Magistratura). Le trattative erano state intercettate mentre i giudici indagavano sulla presunta “trattativa tra Stato e mafia”. Secondo quanto dice la legge, le telefonate avrebbero dovuto essere distrutte: se le telefonate del capo dello Stato sono considerate “irrilevanti” ai fini dell’indagine, è questa la procedura. Ma il procuratore del capoluogo siciliano, Francesco Messineo, non ha ancora disposto la distruzione dei nastri.

Questo è il testo integrale della nota: “Il Presidente della Repubblica Giorgio Napolitano ha oggi affidato all’Avvocato Generale dello Stato l’incarico di rappresentare la Presidenza della Repubblica nel giudizio per conflitto di attribuzione da sollevare dinanzi alla Corte Costituzionale nei confronti della Procura della Repubblica di Palermo per le decisioni che questa ha assunto su intercettazioni di conversazioni telefoniche del Capo dello Stato; decisioni che il Presidente ha considerato, anche se riferite a intercettazioni indirette, lesive di prerogative attribuitegli dalla Costituzione”.

“Alla determinazione di sollevare il confitto – prosegue la nota – il Presidente Napolitano è pervenuto ritenendo ‘dovere del Presidente della Repubblica’, secondo l’insegnamento di Luigi Einaudi, ‘evitare si pongano, nel suo silenzio o nella inammissibile sua ignoranza dell’occorso, precedenti, grazie ai quali accada o sembri accadere che egli non trasmetta al suo successore immuni da qualsiasi incrinatura le facoltà che la Costituzione gli attribuisce'”.

Il procuratore di Palermo, Messineo, ha risposto però di non aver niente da temere:”Siamo sereni. Tutte le norme messe a tutela del Presidente della Repubblica riguardo a una attività diretta a limitare le sue prerogative sono state rispettate. Ho appreso dell’avvio di una procedura relativa al conflitto di attribuzione. Dalla motivazione si ricava che questa iniziativa è stata attivata perchè le intercettazioni, anche se indirette, sono lesive delle prerogative del Capo dello Stato. Al momento non conosciamo altro.

Sulla vicenda è intervenuto anche Antonio Ingroia, procuratore aggiunto di Palermo, secondo cui l’intercettazione è utilizzabile per altri sospettati (non necessariamente per il capo dello Stato): ”Se l’intercettazione non è rilevante per la persona che è sottoposta a immunità e lo è per un indagato qualsiasi, può essere utilizzata”.

Poi Messineo ha assicurato: “I chiarimenti sono stati già dati all’Avvocatura dello Stato. Mai la Procura avrebbe avviato una procedura mirata a controllare o comprimere le prerogative attribuite dalla Costituzione al Capo dello Stato”.

L’ex ministro dell’interno, Mancino, intervenuto a Film Cronaca su La7, ha poi ribadito: “Con Paolo Borsellino ci fu solo una stretta di mano”, ”non lo conoscevo personalmente”. Mancino ricostruendo il suo incontro con il magistrato ucciso dalla mafia ha detto di averlo visto dopo il suo insediamento come ministro ai primi di luglio 1992.  A proposito della sua telefonata, intercettata, a Napolitano ha aggiunto: “Io non la ricordo nel contenuto, anche perché scrissi una lettera al Capo dello Stato”. Mancino ha spiegato di aver scritto al Capo dello Stato per chiedere un coordinamento tra le procure. “Tre uffici giudiziari – ha concluso – non possono procedere senza coordinamento: ci sono state riunioni ma non tali da ricondurre a unità un episodio come quello della strage di via d’Amelio”.

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