Pomodori, angurie e schiavitù: a Lecce processo a caporali e imprenditori

di Redazione Blitz
Pubblicato il 21 Ottobre 2014 17:01 | Ultimo aggiornamento: 21 Ottobre 2014 17:04

Pomodori, angurie e schiavitù: a Lecce processo a caporali e imprenditoriLECCE – C’è un processo in corso nell’aula bunker di Lecce che vede sul banco degli imputati nove imprenditori, con accuse gravissime come tratta, riduzione in schiavitù, intermediazione illecita, sfruttamento e associazione a delinquere.

Un processo che potrebbe fare giurisprudenza perché l’indagine per la prima volta non si è limitata a coinvolgere i caporali (sette africani) ma sarebbe (se le accuse venissero confermate) riuscita a stanare anche i “mandanti”, ovvero nove imprenditori salentini. Fra loro Pantaleo Latino. Chi è Pantaleo Latino? Lo spiega Sara Farolfi, con videoinchiesta e articolo sul Corriere.it:

“titolare della Fiordifrutta, azienda che da sola detiene circa il 70 per cento della produzione di angurie salentine, pregiatissime, che dai campi di Nardò, arrivano sul mercato del Nord Italia e da lì anche in Inghilterra e Germania. L’inchiesta, condotta dal Ros di Lecce tra il 2009 e il 2011, ha documentato l’esistenza di “un sodalizio criminale transnazionale” costituito da italiani, algerini, tunisini, sudanesi, e operante in Puglia, Sicilia, Calabria e Tunisia. “I cittadini extracomunitari, tunisini e ghanesi soprattutto – si legge nelle carte – venivano introdotti clandestinamente in Italia destinati allo sfruttamento lavorativo nella raccolta di angurie e pomodori”, spiega il colonnello Paolo Vincenzoni, che ha curato l’indagine.

In molti casi il reclutamento avveniva in Tunisia, e gli immigrati pensavano di svolgere un’attività regolare, adescati con il metodo del passa parola dai reclutatori africani che poi con i complici italiani organizzavano i viaggi verso la Sicilia e successivamente, a Pachino, Rosarno e a Nardò, luoghi simbolo della raccolta in Italia.

Per imprenditori e caporali le accuse sono pesanti: “dalle intercettazioni emerge chiaramente come fossero proprio i datori di lavoro italiani a pretendere e imporre condizioni disumane, avvalendosi poi dei caporali per l’attuazione dei fini criminosi”. Dodici ore di lavoro sfiancante ogni giorno, pagate circa 20 euro, da cui però venivano detratte dai caporali le spese di un panino e una bottiglietta d’acqua per il pranzo, ben 5 euro, oltrechè le spese di viaggio, altri 5 euro.

Per arrivare, raccontano i braccianti, “a circa 10 euro di paga giornaliera”. Erano sempre datori di lavoro e caporali, secondo l’inchiesta, a gestire gli alloggi fatiscenti, senza acqua, luce e servizi igienici, dove i braccianti erano costretti a dormire”

Ad accusare i loro “datori” sono 13 lavoratori. Sono tunisini, camerunensi e ghanesi, che hanno denunciato le loro condizioni e, tra il 2009 e il 2011,  hanno “dato il via a quello che potrebbe essere un processo pilota sullo sfruttamento della manodopera immigrata in Italia”. Per la difesa degli imputati “erano liberi di andarsene”.

Per l’accusa, rappresentata dal pm Elsa Valeria Mignone “erano come mandrie in transumanza, spostati a secondo di dove serve la manodopera, costretti ad accettarlo perché non hanno altra scelta: non possono tornare in patria perché non hanno più denaro, non possono denunciare perché vivono nel sommerso, non conoscono la lingua, non conoscono il territorio. Quindi, sul termine di scelta, bisogna intendersi”.

GUARDA IL SERVIZIO DI SARA FAROLFI SUL CORRIERE.IT: