Profughi sopravvissuti: “Ci incidevano cuoio capelluto”. Scafisti arrestati FOTO, VD

di Redazione Blitz
Pubblicato il 7 agosto 2015 21:36 | Ultimo aggiornamento: 8 agosto 2015 11:57

PALERMO – Una madre africana piange sul molo di Palermo la morte dei suoi tre figli, annegati come topi nella stiva. Una ”fotografia” simbolo dell’ultimo viaggio dell’orrore del barcone carico di migranti naufragato a poche ore dalla partenza dalla Libia.

Quella donna ora si trova in uno dei centri Caritas del capoluogo. Su quella barca i nocchieri della disperazione incidevano il cuoio capelluto con un coltello per marchiare i “ribelli”, picchiavano i migranti con le cinture, riservando “soltanto” calci e pugni agli uomini sposati. Forme di violenza gestite tenendo conto dell’etnia, del prezzo pagato e della condizione sociale.

Le sevizie venivano compiute dai cinque scafisti, due libici, un tunisino e due algerini, arrestati a Palermo e di cui  la polizia ha reso noti nomi e nazionalità. A raccontare quanto accaduto sulla barca naufragata due giorni fa che ha provocato la morte forse di 300 persone, sono stati alcuni dei sopravvissuti al naufragio davanti alle coste libiche e arrivati  nel porto di Palermo a bordo di una nave militare irlandese.

Sul peschereccio, secondo la stima degli investigatori che hanno parlato coi testimoni, viaggiavano circa 600 persone. I naufraghi arrivati giovedì sono 362; 26 i cadaveri recuperati tra cui cinque bimbi. Faruk Seleka, 30 anni del Bangladesh, arrivato in Libia con l’aereo, racconta agli agenti della squadra mobile palermitana, con dovizia di particolari, il soggiorno in nord Africa e poi la partenza da Zauoa il 4 agosto su una vecchia barca di legno.

”Ho pagato 1500 dinari (circa mille euro) – dice – eravamo 600 sulla barca”. Al Ani Mounes, ingegnere siriano, di 36 anni, si è imbarcato con moglie e due figli. Non sa se la moglie sia scampata al naufragio. ”Ho pagato 1600 dinari – racconta – per me e altrettanti per mia moglie, i bambini non hanno pagato. Ho trovato il contatto con chi organizza i viaggia attraverso amici siriani che vivono in Libia. Il contatto è un libico Riyadh , ho i numeri dei suoi telefoni”.

Mounes racconta il viaggio dell’orrore: ”Dopo tre ore si è spento il motore. Poi sono riusciti a farlo ripartire e abbiamo viaggiato per cinque ore. Quindi si è rotto un tubo di raffreddamento e ha cominciato a entrare acqua nella stiva. Chi si trovava giù è rimasto lì. Il motore si è poi spento definitivamente. Ho visto il capitano parlare al telefono. Dopo qualche ora ho visto tre navi che si avvicinavano. Le persone si sono alzate, la barca ha cominciato a oscillare e si è ribaltata”.

Maosud Shilpiacta, 23 anni, anche lui del Bangladesh, spiega: ”Durante la navigazione i viaggiatori che si trovavano sotto coperta non potevano salire perchè il pannello di legno scorrevole che consentiva l’accesso era bloccato dalla presenza di molte persone che i componenti dell’equipaggio avevano volutamente fatto mettere sopra per impedire che la gente venisse fuori”. Un altro testimone ha raccontato che per avere ”un giubbotto di salvataggio si pagava un extra fra 35 e 70 dinari libici, cioè da 25 a 50 euro circa”.

Agli arrestati vengono contestate, insieme al favoreggiamento dell’immigrazione e all’omicidio plurimo, anche le varie forme di violenza. Secondo alcune testimonianze raccolte dalla polizia palermitana, gli scafisti avrebbero rivestito ruoli ben definiti: uno comandava l’imbarcazione, con l’ausilio di altri due; gli altri si occupavano di controllare i migranti, impedendo loro, con la violenza, di muoversi. Le immagini degli arrestati e del tragico naufragio con le persone in mare.