Cinema, Ghobadi: “La rivoluzione rock salverà l’Iran”

Pubblicato il 9 Aprile 2010 16:40 | Ultimo aggiornamento: 9 Aprile 2010 16:40

La musica rock salverà l’Iran, ma intanto ha reso esule il regista Baham Ghobadi autore de “I gatti persiani”. Il film presentato  a Roma e che sarà nella sale dal 16 aprile distribuito dalla Bim, è stato scritto dal regista insieme alla compagna Roxana Saberi – giornalista statunitense di origine iraniana arrestata e processata in Iran con l’accusa di spionaggio – e a Hossein M. Abkenar.

Nel lungometraggio il racconto di due ragazzi iraniani, appena usciti da galera, con tanta voglia di musica, di esprimersi in un gruppo rock-indie. Ma il loro tentativo di formare una band incontra tutti i possibili divieti e proibizioni di un governo autoritario e integralista. Così rendendosi conto di non avere possibilità di esibirsi a Teheran, pianificano una fuga in Europa con passaporti falsi. “I gatti persiani”, vincitore del premio speciale della Giuria al 62 esimo Festival di Cannes (2009) è stato girato in soli 18 giorni, senza autorizzazioni e con un gruppo di ragazzi che avevano, a fine riprese, già pronto il passaporto per fuggire dall’Iran. Insomma una sorta di film di addio di Ghobadi autore de “Il tempo dei cavalli ubriachi”.

«Quando ho girato questo film – dice il regista in conferenza stampa – sapevo che probabilmente non avrei avuto un’altra occasione di girare nel mio paese e allora ho voluto mostrare il più possibile di Teheran, delle gente che ci vive, dei ragazzi che girano con i motorini e che ascoltano il rock. Mi è capitato più di una volta – aggiunge – di ritrovarmi a parlare ai festival autocensurandomi. Ora che so di non poter tornare indietro voglio solo essere come un soldato, un rivoluzionario e combattere la giusta causa da lontano».

Comunque da parte sua tanto ottimismo: «Anche se ora vivo tra Iraq, Berlino e Stati Uniti sento che tornerò presto nel mio paese che sta cambiando di giorno in giorno». Il nostro regime, spiega Ghobadi «non è certo gentile con i nostri giovani, ma va detto che quest’ultimi sono ormai stati come una pietra contro il parabrezza del regime. Una pietra che ha incrinato questo parabrezza che va cambiato prima che vada a pezzi». Comunque, ammette il regista, «all’inizio non avevo abbastanza coraggio di fare questo film rock iraniano, avevo paura. Ma poi mi sono detto che come i ragazzi correvano pericolo pur di suonare, anche io potevo fare lo stesso facendo un film su di loro. Potevo così essere come un ponte per far sentire la loro voce».

Si legge infine nelle note di regia: «Agli occhi dell’islam la musica è impura, in quanto fonte di allegria e di gioia. Sentire una donna cantare è considerato un peccato, per le emozioni che suscita. Per gli ultimi trenta anni in Iran, un certo tipo di musica e soprattutto la musica occidentale è stata virtualmente proibita dalle autorità. Anche se queste musica è stata nascosta non è mai sparita. In tutti questi anni solo pochi hanno osato prenderne atto. Questa cosa mi ha incuriosito e così è nata l’idea del film».