Con “Predators” tornano di moda gli alieni

Pubblicato il 18 luglio 2010 15:03 | Ultimo aggiornamento: 18 luglio 2010 15:14

A 23 anni dall’originale, Robert Rodriguez – questa volta nelle vesti di produttore, autore del soggetto e supervisore degli effetti speciali – porta sul grande schermo il terzo capitolo della saga Predator, una delle icone più amate del cinema fanta-horror. “Predators”, nonostante le abissali differenze con il film dell’87 di John McTiernan con uno dei migliori Schwarzenegger di sempre, non deluderà di certo i fan del genere Sci-Fi a differenza dei due improponibili “Alien vs Predator”.

Merito della regia senza fronzoli dell’ungherese Nimròd Antal e del protagonista Adrien Brody – l’indimenticabile pianista polanskiano – alle prese con un ruolo decisamente insolito rispetto alle sue precedenti interpretazioni. A differenza del primo capitolo, dove un extraterrestre sanguinario seminava morte in una giungla sudamericana, in “Predators” un commando – composto da ex militari, killer, membri della yakuza e agenti segreti – si ritrova catapultato su un pianeta sconosciuto. O meglio nella riserva di caccia di una nutrita schiera di alieni predatori. Sarà proprio Brody, nei panni del mercenario Royce, a diventare il capo del gruppo, poco armato ma quantomai determinato a vender cara la pelle.

La trama, seppur prevedibile come in ogni survivor movie, risulta efficace così come la scelta di un cast tutt’altro che di secondo ordine come testimoniano le presenze di Laurence Fishburne e di Danny Trejo, ormai autentico attore feticcio di Rodriguez. Di certo Brody in versione ipertrofica non ispirerà mai la sicurezza di Schwarzy, ma la pellicola di Antal non risulta priva di colpi di scena e suspence grazie a un ritmo incalzante condito da ottimi effetti speciali.

Come dire, poca originalità ma tanta sostanza. E così al di là dell’insignificante etichetta di b-movie affibiatagli da alcuni critici, “Predators” si conferma un film ad alto tasso di testosterone che riesce appieno nel suo intento: tenere incollati gli spettatori alle poltrone per oltre due ore. Cosa che a Hollywood, di questi tempi, riesce sempre meno.