Enrico Vanzina, lettera al fratello Carlo al tempo presente: “Perché lui comunque c’è”

di redazione Blitz
Pubblicato il 17 luglio 2018 13:22 | Ultimo aggiornamento: 17 luglio 2018 13:22
Enrico Vanzina, lettera al fratello Carlo al tempo presente "perché lui comunque c'è"

Enrico Vanzina, lettera al fratello Carlo al tempo presente “perché lui comunque c’è”

ROMA – “Carlo è sempre ottimista. Io pessimista”. Comincia così la struggente lettera di Enrico Vanzina al fratello Carlo, scomparso una settimana fa all’età di 67 anni dopo una lunga malattia. Parole che il Vanzina superstite volge al tempo presente “perché lui comunque c’è” e che affida al quotidiano Il Messaggero. [App di Blitzquotidiano, gratis, clicca qui,- Ladyblitz clicca qui –Cronaca Oggi, App on Google Play]

La lettera è una lunga lista di dicotomie: il racconto di due fratelli tanto diversi, eppure così uniti. Quasi ad essere il complemento l’uno dell’altro. “Questo articolo lo avevo scritto tempo fa – spiega in premessa Enrico – Adesso che Carlo se ne è andato ho deciso di pubblicarlo per la seconda volta. E lo faccio usando ancora il presente”.

Quella che ne viene fuori è un’ode straziante a quel formidabile duo che ha fatto la storia del cinema. Dal carattere alle scelte di vita, i fratelli Vanzina sono sempre stati gemelli diversi:

“Lui ogni tanto si annoia. Io mai. Lui è paziente fino all’inverosimile. Io perdo la pazienza  quasi subito. Lui legge tantissimo. Io, pur facendo lo scrittore, molto di meno […] Lui è silenzioso. Io amo far caciara. Lui ha avuto due figlie, più una. Sa fare il papà in maniera stupefacente. Io, se avessi avuto dei figli, non credo che avrei avuto questa sua abilità.

Lui è preciso, meticoloso, tenace. Io sono disordinato, un po’ arruffone, distratto. Lui non lascia mai le cose a metà. Io mi lascio pezzi di vita alle spalle con una certa vaghezza. Lui è molto religioso. Lo sono anch’ io, ma con qualche smarrimento. Lui odia il freddo. Io odio il caldo”.

Carlo Vanzina era il fratello timido, Enrico quello estroverso. Sul finale della lettera si avverte tutto il dolore della sua incolmabile perdita:

“Lui sorride poco, ha un atteggiamento esistenziale alla Buster Keaton. Io rido a crepapelle, spesso. Anche lui lo fa quando il suo amico Gigi Proietti gli racconta una barzelletta. Per far ridere Carlo ci vogliono dei fuoriclasse. […]

[…] Lui pensa sempre ad un mondo felice. E io sono felice di essere suo fratello. (Adesso, che Dio mi perdoni, felice non lo sarò più. Adesso quando parlerò di lui lo dovrò fare al passato. Ed è atroce)”