Festival di Cannes, davvero qualcuno pensava potesse vincere un film italiano?

di Redazione Blitz
Pubblicato il 26 Maggio 2015 13:34 | Ultimo aggiornamento: 26 Maggio 2015 13:34
Festival di Cannes, davvero qualcuno pensava potesse vincere un film italiano?

Nanni Moretti, Matteo Garrone, Paolo Sorrentino

ROMA – Ma davvero qualcuno ha pensato che “Il Racconto dei Racconti” di Matteo Garrone potesse vincere al Festival di Cannes? Passi per i film di Nanni Moretti e Paolo Sorrentino, “più da Cannes”, un fantasy, seppur un bel fantasy, non è il genere che più convince la giuria di un festival che con Hollywood e il kolossal ha ben poco a che fare. Eppure i giornali italiani ci credevano, ci credevano eccome. In molti hanno elogiato la storia di Garrone, che si distingue dal cinema italiano e cerca un approccio più americano. Come per far vedere insomma che anche il cinema italiano può fare qualcosa di diverso, con una computer grafica di qualità. Eppure la storia insegna che i film italiani sono stati premiati, a Cannes o agli Oscar, quando hanno fatto qualcosa di rigorosamente italiano, non tanto nello stile, ma quantomeno nella storia e nella trama.

Gloria Satta per il Messaggero scrive che:

Promossa la fiaba nera di Garrone. Cannes applaude “Il racconto dei racconti”, primo film italiano in concorso, un fantasy a tinte dark tratto dalle novelle di Basile. C’è chi, come il “Guardian”, lo ha definito «un capolavoro». E, in generale, gli altri giornali stranieri hanno promosso il nuovo film di Matteo Garrone. “Il film a qualcuno potrebbe sembrare spiazzante perché mi sono lanciato con entusiasmo e un po’ di incoscienza nel fantasy, un genere da noi raro”, ragiona Garrone.
E mentre su La Stampa Fulvia Caprara paragona Cassel a Gassman, su Repubblica Maria Pia Fusco riporta le parole di Robby Colin del Telegraph che scrive: “Come se Pasolini avesse diretto Monty Python e il Sacro Graal”.
Ma il film di Garrone, per quanto elogiato dalla stampa italiana e europea, non ha convinto la giuria, capitanata dai fratelli Coen. La giuria non ha preso in considerazione infatti non solo il film di Matteo Garrone, ma anche quelli di Nanni Moretti e Paolo Sorrentino. Tre film in gara, tanto entusiasmo, zero premi. Naturalmente rimpianti e recriminazioni anche da parte del Ministro per i Beni culturali Dario Franceschini, volato sulla Croisette poche ore prima della cerimonia, che poi però dà la linea in un tweet consolatorio: “Cannes è un grande festival, anche quando gli italiani non vincono. È un dovere essere qui. Francia e Italia sono insieme il cinema europeo”.  Stavolta più la Francia, che ha fatto quasi da pigliatutto per i premi. Premiato infatti Dheepan, il film che illumina i problemi delle banlieue.
Tre film in concorso, sette premi a disposizione, anzi otto considerando l’ex aequo per la miglior attrice, e nemmeno uno all’Italia. È un affronto? È un’ingiustizia? È uno schiaffo all’orgoglio nazionale? Se lo chiede Fabio Ferzetti, inviato a Cannes del Messaggero che scrive:
Mai come quest’anno possiamo capire la delusione di chi era convinto che ce l’avremmo fatta. Perché i tre film erano molto diversi e tutti diversamente ambiziosi e riusciti, al di là dei gusti personali. Perché con due film su tre girati direttamente in inglese, per il mercato internazionale, l’illusione di essere entrati nel Grande Gioco era davvero insidiosa. E se Il Racconto dei racconti non ha convinto tutti, Youth e Mia madre godevano di ampi consensi. Eppure la giuria guidata dai fratelli Coen ha fatto altre scelte.In buona parte condivisibili se mettiamo da parte – come è giusto – l’orgoglio nazionale. A cominciare dalla palma d’oro, che consacra il talento inquieto di un regista non più giovanissimo ma capace di rimettersi totalmente in gioco facendo un film senza attori di richiamo che illumina in un colpo solo le due facce di quella che chiamiamo l’emergenza banlieue (ma il discorso vale per tutte le periferie europee).
Senza cedere di un millimetro né sul rigore del racconto, ispirato in buona parte alle vere esperienze del protagonista, ex-bambino soldato nello Sri Lanka e ora scrittore, Antonythasan Jesuthasan. Né sulla capacità di catturare lo spettatore dalla prima all’ultima scena intrecciando i punti di vista dei protagonisti e alternando con sapienza azione e intimismo. Fino a rivelare uno dei tanti microcosmi accanto a cui passiamo con indifferenza ogni giorno. Mostrandoci al tempo stesso il nostro Occidente attraverso lo sguardo innocente e rivelatore degli ultimi arrivati.