Foxcatcher di Bennett Miller, recensione: John Du Pont e i fratelli Schultz, un triangolo di wrestling e psicosi

di Antonio Sansonetti
Pubblicato il 14 Marzo 2015 7:43 | Ultimo aggiornamento: 14 Marzo 2015 11:23

ROMA – “Ornithologist, philatelist, philantropic“. “Ornitologo, filatelico, filantropo. Ripeti con me: ornitologo, filatelico, filantropo. Ornitologo, filatelico, filantropo”: è questo il podio psicotico del miliardario (per eredità) John Eleuthère Du Pont (Steve Carell), che nell’unica scena comica di Foxcatcher sta – in tre parole – raccontando se stesso al campione di wrestling Mark Schultz (Channing Tatum). Descrivendosi come un appassionato – nell’ordine – di uccelli, francobolli, esseri umani. Nella distribuzione delle medaglie qualcosa non quadra: l’umanità si deve accontentare del bronzo.

John e Mark sono in elicottero, lo scioglilingua è il discorso con il quale il campione di lotta – fresco di vittoria mondiale – deve presentare a una platea di influenti il suo “mentore”. Cioè il suo amico-allenatore-manipolatore, un bambino cresciuto troppo ricco e troppo solo in una tenuta immensa (Foxcatcher) costruita con i dollari delle armi che la sua famiglia da un paio di secoli vende all’esercito americano.

Con un padre assente e una madre (grande cameo di Vanessa Redgrave) tutta presa dal nobile sport dell’equitazione, il piccolo John sublima il suo conflitto di Edipo e la sua omosessualità appassionandosi a uno sport descritto dalla sua sprezzante genitrice come “low“, per bassi ceti sociali: la lotta libera, cioè il wrestling. Da non confondersi col wrestling che poi l’America ha esportato in tutto il mondo: niente mascherate, nickname, colpi telefonati, muscoli oliati o forme femminili in evidenza.

La lotta libera è uno sport olimpico, antico e per nulla spettacolare. Non c’è il “gol”, non c’è il canestro da tre punti, non c’è l’ace, non c’è il k.o., non c’è il sangue, non c’è il ring. C’è un estenuante combattimento in cui si devono attivare tutti i gruppi muscolari in una partita a scacchi psicofisica in cui vince chi riesce a tirare fuori abilità tecnica e forza di volontà.

Foxcatcher, regia di Bennett Miller. Palma d’Oro a Cannes 2014, cinque nomination agli Oscar 2015, ha le stesse caratteristiche. È un film spigoloso, duro, che non concede nulla allo spettacolo. A cominciare dalla scelta di raccontare una storia vera quanto tragica, condensata su pellicola in un arco temporale di due anni, dal 1987 al 1988.

La colonna sonora è fatta di silenzi, gli attori recitano con i corpi, incarnano i personaggi. Mentre la sceneggiatura è costruita tutta in sottrazione. Perché nei dialoghi le parole non si sprecano (vedetelo in lingua originale) e le parti più significative sono le frasi non dette. Cose importanti accadono senza che la cinepresa le metta a fuoco o che il montaggio sonoro ce ne faccia sentire voci e rumori.

In una scena di grande tensione Mark-Channing Tatum riesce a esprimere tutta la sua rabbia solo col rumore della macchina per i muscoli delle gambe. Sudore e silenzio. Così l’allenamento massacrante dei lottatori viene reso in tutta la sua dura quotidianità: siamo lontanissimi dai picchi di endorfina di Rocky che aggrediva scalinate e quarti di bue sulle note di “California”.

Per introdurci al rapporto fra lui e il suo fratello maggiore Dave Schultz (Mark Ruffalo), alla regia di Miller basta mostrarci una lotta a fine allenamento: vince il più tecnico e più maturo Dave sul più irruento e più fragile Mark. È il modo in cui sono venuti fuori dalla lotta estenuante con la vita: cresciuti soli, Dave ha dovuto fare da padre e madre a Mark, che però è rimasto un bisonte solitario e pieno di rabbia, mentre il fratello è riuscito a farsi una famiglia e a mettere radici nel nulla del Wisconsin.

Campioni olimpionici ma squattrinati proprio per colpa della scarsa spettacolarità – ben poco televisiva – della lotta libera, sulla vita dei due si abbatte tragicamente la solitudine miliardaria di Du Pont, il quale riesce a trascinare Mark nella sua reggia malata e farne il suo giocattolo, il suo amico e il suo oggetto di pulsioni erotiche mai esplicitate in maniera “adulta”.

E qui torniamo all’elicottero. Dopo essersi raccontato come uno per il quale gli umani vengono dopo i volatili e i francobolli, John Eleuthere porge al suo fragile orsacchiottone di peluche un kit per prepararsi una striscia “a buffet” di cocaina. “Non mi sembra una buona idea”, replica Mark. Che però, col fare goffo che poteva avere Adamo quando colse quella mela, prepara, inala e inizia una lunga caduta. Si sveglierà in una gabbia di Mixed Martial Arts, sempre più bufalo, sempre più solo e sempre più fragile.