Compie 50 anni “Fino all’ultimo respiro”, il film “incompreso” di Godard che avviò la Nouvelle Vague

Pubblicato il 10 giugno 2010 11:37 | Ultimo aggiornamento: 11 luglio 2010 11:28

Cinquanta anni fa uscì al cinema “à bout de souffle” (Fino all’ultimo respiro), opera prima del regista Jean-Luc Godard, venne considerato uno dei suoi capolavori e manifesto della Nouvelle Vague, periodo cinematografico francese che ha visto tra i suoi protagonisti anche Franois Truffaut.

L’impatto eversivo di questo film sul tradizionale linguaggio cinematografico è stato ripetutamente paragonato a quello delle opere di James Joyce e Igor Stravinskij sulle rispettive discipline. “Fino all’ultimo respiro” costituisce un caposaldo della Nouvelle Vague. Dalla sceneggiatura approssimativa, quasi inconsistente, poche righe scritte in precedenza da François Truffaut e frettolosamente rielaborate per convincere il produttore Georges de Beauregard a finanziare il film, entro cui ampio spazio è lasciato all’improvvisazione degli attori e all’influenza dell’ambiente. Alle strade come set improvvisati. Alle prolungate carrellate senza binari: Jean-Paul Belmondo e Jean Seberg che procedono lungo gli Champs-Élysées, ripresi da una cinepresa nascosta in una bicicletta.

Parte della critica accusò il film di anteporre l’intento polemico contro le esauste convenzioni cinematografiche dell’epoca, all’espressione di contenuti realmente nuovi, a partire dall’esilità del soggetto. Vi fu anche chi scrisse: “La rivolta di “Fino all’ultimo respiro” è poco più di uno sberleffo, un atto di opaca e rinunciataria derisione.Prima o poi anche Godard verrà archiviato come un capitolo chiuso, in attesa di nuove scoperte”.

La trama è infatti semplice e proprio per questo più difficile da realizzare senza essere scontati. Michel (Jean-Paul Belmondo), ladro e truffatore, mette a segno un colpo a Marsiglia, rubando un’auto. In fuga, viene inseguito da un poliziotto per eccesso di velocità e, dopo aver accidentalmente trovato una pistola nell’auto rubata, lo uccide per non essere arrestato. Tornato a Parigi per affari prima di fuggire in Italia, ritrova Patricia (Jean Seberg), una studentessa americana, di cui si era innamorato. Lei, pur ricambiando l’amore, cerca di allontanarsi da Michel, tipo pericoloso. Intanto questi continua la sua vita spericolata rubando soldi, auto, fumando e leggendo il Paris Soir, dal quale apprende d’essere braccato dalla polizia, sempre più sulle sue tracce. Michel cerca quindi qualche modo per fuggire, provando a coinvincere Patricia a partire con lui per l’Italia, ma lei, alla fine, decide di denunciarlo per costringerlo a scappare. Fino ad arrivare al tragico finale.

La sceneggiatura è quindi molto semplice, quasi un pretesto per inscenare lunghi dialoghi, che risultano invece abbastanza ricercati e mai banali o fine a sè stessi. Per questo il film non è mai ostico e si lascia vedere sempre con grande scorrevolezza.

Godard fa uso di diversi elementi di rottura rispetto al passato, con una camera instabile, che talvolta fluttua dinanzi ai personaggi, talvolta sclerotizza espressioni pregnanti, le quali assumono una forza ancora maggiore delle parole, assolvendo alla loro funzione di elemento narrativo all’interno di una certa concezione meta-cinematografica in cui il “gesto” cita sè stesso e si ripropone in una forma sempre nuova.

Intense e ricche di sfumature espressive le interpretazioni dei due personaggi principali, Jean-Paul Belmondo e Jean Seberg, mettono in scena le maschere di due personaggi che sono chiamati a confrontarsi con problematiche legate al ruolo che rivestono nella società ma anche e soprattutto al proprio essere e al rapporto con una società troppo diversa da loro.

Quindi buon compleanno ad un film che ha segnato un’epoca, rappresentando una sorta di spartiacque nella storia del cinema e uno dei lavori più importanti all’interno della produzione di quelli che in seguito saranno universalmente accettati come grandi maestri, innovatori, pionieri di un nuovo modo di fare arte.