La Grande Bellezza: scene da una Roma cafonal, indolente e triste

di Redazione Blitz
Pubblicato il 3 marzo 2014 13:46 | Ultimo aggiornamento: 3 marzo 2014 13:46
La Grande Bellezza: scene da una Roma cafonal, indolente e triste

La Grande Bellezza: scene da una Roma cafonal, indolente e triste

ROMA – La Grande Bellezza: scene da una Roma cafonal, indolente e triste. Si può fare una dolce vita cafonal con citazioni di Celine, canti gregoriani, sindromi di Stendhal e con al centro una Roma indolente, barocca, papalina, bella quanto distaccata? Paolo Sorrentino c’è riuscito con La grande bellezza, unico film italiano in concorso a Cannes, dove non vinse nulla come è capitato poi anche ai Cesar, per iniziare poi una marcia trionfale di premi (tra cui Efa, Bafta, Golden Globe) fino all’Oscar di oggi. Un’opera che, come ha dichiarato oggi a Los Angels Sorrentino, ritirando il premio, si è ispirata a Fellini, Scorsese, i Talking Heads e Maradona: “Perché sono quattro campioni nella loro arte che mi hanno insegnato tutti cosa vuol dire fare un grande spettacolo, che è la base di tutto lo spettacolo cinematografico”.

Una Roma indolente, stra-cafona, con donne di plastica e uomini da poco è quella che Sorrentino mostra in questo film in una serie di quadri esteticamente perfetti. E questo con la guida di una sorta di Virgilio colto, cinico e ironico, ovvero il giornalista e scrittore sessantacinquenne, Jep Gambardella (Toni Servillo). Un uomo approdato a Roma a ventisei anni (proprio come Federico Fellini) che si porta addosso tutta la fame e la curiosità della provincia e anche quell’accento napoletano che lo fa tanto blasé. Jep è insomma uno nato ricco. Uno che viene dal Vomero, da Posillipo, un signore che, come dicono gli inglesi, non ha dovuto comprare i mobili per arredare la sua casa.

Gambardella è uno che di cose ne sa. E’ un dandy sempre inappuntabile, che conosce le persone giuste che vivono la notte proprio come fa lui. Queste stesse persone le ospita spesso sulla sua terrazza che dà sul Colosseo. Tutti sono passati su quella terrazza dove si balla, si beve e si sniffa quella coca di cui il Tevere è pieno: la radical chic moralista, supponente e ricca; una sorta di guru del botulino che siringa e sentenzia i suoi pazienti; l’artista che fa performance autodistruttive e che parla di vibrazioni (ma Jep non ci casca); la spogliarellista agée (una coraggiosa Sabrina Ferilli che si presta ad un ruolo innocente e naif) che guarda con disincanto il mondo di Jep; l’uomo di spettacolo fallito, ambizioso e fragile, interpretato da uno straordinario Verdone, buffo con degli ingombranti occhiali e i suoi soliti impacci e, infine, c’e la missionaria in odor di santità che ha sposato la povertà e mangia radici.

Ma i veri protagonisti di La grande bellezza sono la folla di parvenu, politici, giornalisti, attori, nobili decaduti, alti prelati, artisti e intellettuali veri o presunti. Sono loro a ballare al ritmo techno nelle feste dove Jep è un vero leader. “Non volevo essere semplicemente un mondano, volevo diventare il re dei mondani. Io non volevo solo partecipare alla feste, io volevo avere il potere di farle fallire” dice a se stesso Jep nel film. E ancora su questo mondo: “è tutto sedimentato sotto il chiacchiericcio e il rumore, il silenzio, il sentimento, l’emozione e la paura, gli sparuti incostanti sprazzi di bellezza e poi lo squallore disgraziato e l’uomo miserabile”.