Mostra Cinema Venezia: La vita oscena, genocidio indonesiano, la bara di Chaplin

di Redazione Blitz
Pubblicato il 29 Agosto 2014 14:44 | Ultimo aggiornamento: 29 Agosto 2014 14:44
Mostra Cinema Venezia: La vita oscena, genocidio indonesiano, la bara di Chaplin

Mostra Cinema Venezia: La vita oscena, genocidio indonesiano, la bara di Chaplin

VENEZIA – Mostra Cinema Venezia: La vita oscena, genocidio indonesiano, la bara di Chaplin. Giungono alla Mostra del Cinema tre piccoli film ambiziosi. “La vita oscena” di Renato De Maria, da un libro autobriogafico di Aldo Nove, “The look of silence” del regista texano trapiantato in Danimarca Joshua Oppenheimer sul genocidio di un milione di indonesiani, Le rançom de la glorie, il film del francese Xavier Beauvois sul furto della bara di Charlie Chaplin.

La vita oscena. L’aggettivo osceno e un film che non sia una commedia sembrava un ostacolo insuperabile per produrlo. La storia autobiografica di una giovanile discesa negli inferi del sesso estremo e della droga e relativo riscatto è risultata una sfida vinta (molto applausi, isolati fischi al Lido). Scamarcio, divo osannato anche in veste di produttore, chiarisce perché il film va distribuito.

“Siamo felicissimi di essere a Venezia”, dice Scamarcio, produttore con Gianluca De Marchi e Fabio Mazzoni, “ma non abbiamo ancora una distribuzione malgrado il film sia costato solo 650mila euro e riunisca grandi nomi: a parte il regista e lo scrittore, abbiamo l’interpretazione di Isabella Ferrari, la fotografia di Ciprì, il montaggio di Jacopo Quadri, le musiche di Riccardo Sinigallia con deProducers. Il mercato italiano è dominato dalle commedie e chi prova strade diverse ha la vita difficile”. (Gloria Satta, Il Messaggero)

The Look of Silence. L’indicibile raccontato con imperturbabilità orientale. Il film di Oppenheimer, senza retorica, senza compiacimenti, con ammirabile distacco, racconta il genocidio di un milione di indonesiani nella repressione del dittatore Suharto nel 1967. La vocazione documentarista sorregge l’impianto narrativo in cui le vittime chiedono ai carnefici cosa successe.

Dunque raccontano. Raccontano come hanno ucciso migliaia di persone, perché è un lavoraccio e bisogna saperlo fare. Raccontano che una nuca spezzata non fa rumore ma una gola tagliata ne fa un sacco. Raccontano perfino, all’impassibile Adi, che inghiotte collera e orrore con calma tutta orientale, come hanno trucidato suo fratello, in due riprese, perché la prima volta era miracolosamente sopravvissuto e sono tornati a cercarlo dicendo che lo portavano in ospedale. Ramli, il fratello morto prima che Adi nascesse e che la sua vecchissima madre invoca ancora. Ramli, quel fratello che è quasi una leggenda locale, perché nell’Indonesia della rimozione assoluta quella volta ci furono dei testimoni. Dunque se ne parla. Nel silenzio calato sul genocidio come una diga, la morte di Ramli è il forellino che farà crollare tutto. E Oppenheimer e Adi scavano lì. (Fabio Ferzetti, Il Messaggero)

Le rançom de la glorie. Due balordi e una salma. La salma apparteneva all’immenso Charlie Chaplin, morto a Natale 1977 nella sua casa-castello di Vevey, Svizzera. I balordi erano due poveracci così affamati e sprovveduti da decidere di rubare la bara con i resti del genio per chiedere un riscatto alla famiglia. Anche se naturalmente, essendo del tutto incapaci, finirono per farsi beccare in modo abbastanza ridicolo. Non è una fantasia, accadde davvero. Anche se il film che Xavier Beauvois dedica all’evento, La rançon de la gloire (Il prezzo della gloria, in concorso), reinventa tutto in chiave, ci credereste?, chapliniana. Proprio così: niente sociologia, nessun particolare scrupolo storico, tantomeno attenzione al lato “giallo” della vicenda. Che a Beauvois, 47 anni, molto più a suo agio sul terreno drammatico (era suo il bellissimo Uomini di Dio, sui sette monaci uccisi dagli integralisti in Algeria), serve solo per imbastire una commedia malinconica ma abbastanza fiacca malgrado le musiche debordanti di Michel Legrand, già complice del grande Demy. Con tutte le possibili licenze “poetiche” e qualcuna di più.

PIANO CRIMINALE Così i due balordi, nella realtà un bulgaro e un polacco (siamo nel ’77, c’è ancora la cortina di ferro), diventano un belga e un algerino, come i protagonisti Benoit Poelvoorde e Roschdy Zem. E il “piano” criminale concepito dal più fantasioso dei due, che in apertura esce di prigione (Poelvoorde naturalmente), diventa il sogno di riscatto di due poveracci appunto molto chapliniani. Che vivono in roulotte con la figlia di Zem e sognano non la ricchezza ma una vita decente. O almeno la possibilità di curare la moglie dell’algerino, in ospedale e ignara del bislacco “rapimento”. (Fabio Ferzetti, Il Messaggero)