The Interview, la riscossa. Sony: “Faremo uscire il film in altri modi”

di redazione Blitz
Pubblicato il 20 Dicembre 2014 0:56 | Ultimo aggiornamento: 20 Dicembre 2014 0:59
The Interview, la riscossa. Sony: "Faremo uscire il film in altri modi"

The Interview, la riscossa. Sony: “Faremo uscire il film in altri modi”

WASHINGTON – The Interview, la riscossa. La Sony Pictures “non si è arresa” dopo le minacce degli hacker e annuncia che troverà “altri modi per fare uscire il film”, osteggiato dal regime di Kim Jong-un. Lo ha detto l’amministratore delegato della Sony Michael Lynton, dopo che il presidente Usa, Barack Obama ha definito “un errore” la decisione della major di cedere ai ricatti di Pyongyang annullando l’uscita nelle sale, prevista per Natale.

“Vogliamo ancora che il pubblico americano veda il film – ha detto Lynton – Assolutamente. E dopo la cancellazione della data d’uscita abbiamo subito iniziato a cercare modi alternativi per proiettare il film su diverse piattaforme”.

Forte dell’intervento presidenziale, la Sony starebbe ora meditando la sua rivincita se è vero che, come ha puntualizzato Obama, “i dittatori non possono imporre censure” al Paese delle Libertà.

Ora che le prove sono sul tavolo – secondo l’Fbi, infatti, “è stato proprio il governo della Corea del Nord ad ordinare l’attacco hacker alla Sony” – la casa cinematografica è pronta a farsi giustizia.

Così come il governo degli Stati Uniti passerà al contrattacco, reinserendo la Corea del Nord nei paesi sponsor del terrorismo. “Risponderemo, nelle modalità e nei tempi che decideremo”, ha affermato il Commander in Chief. E’ la prima volta che il presidente americano punta il dito ufficialmente contro un governo straniero ed il suo leader per un attacco nel cyberspazio, un vero e proprio attacco terroristico contro il primo emendamento della Costituzione Usa, quello sulla libertà di espressione, valutando una rappresaglia adeguata.

L’Fbi dice di avere numerose prove che il cyber-attacco arriva direttamente dalla Corea del Nord, che gli “strumenti” usati e gli Internet Protocol (IP) di origine sono uguali a quelli di un attacco a marzo contro la Corea del Sud, e “simili atti di intimidazione” sono “inaccettabili per uno Stato”.

Ieri aveva alzato la voce anche il capo di stato maggiore interforze, generale Martin Dempsey, dicendosi “preoccupato” del “momento in cui bisognerà far fronte alla realtà”, ovvero che uno Stato “ha attaccato nel cyberspazio una società americana”.

“Non scateneremo una guerra nella penisola coreana per questo”, ha dal canto suo affermato un ex funzionario dell’intelligence Usa citato dal Wall Street Journal. Certo però che le opzioni a disposizione di Washington per una “proporzionata” rappresaglia contro Pyongyang non sono molte. Anche perché la Corea del Nord è già un Paese estremamente isolato, politicamente ed economicamente, e dove la diffusione di Internet è molto limitata e avviene peraltro attraverso la Cina, con cui gli Usa hanno già i loro problemi di cyber-spionaggio. E in ogni caso Pyongyang sembra voler mantenere, almeno per il momento, una basso profilo. Venerdì, tramite un suo inviato all’Onu, ha negato ogni coinvolgimento nell’attacco.