Ultras, chi è il Moicano? L’intervista a Aniello Arena: “E’ un ruolo che ho voluto a tutti i costi”

di Gianluca Pace
Pubblicato il 4 Aprile 2020 7:40 | Ultimo aggiornamento: 3 Aprile 2020 19:39
Ultras, chi è il Moicano

Ultras, chi è il Moicano? L’intervista a Aniello Arena: “E’ un ruolo che ho voluto a tutti i costi” (foto di Andrea Ciccalè)

ROMA – Ultras è il primo lungometraggio di Francesco Lettieri. La storia di Ultras è la storia di Sandro, il Moicano, il capo di un gruppo di ultras: gli Apache.

Nel ruolo di Sandro c’è Aniello Arena, classe ’68 che, dopo un passato difficile (anche se, come ci tiene a sottolineare, “da due anni sono libero”) e primi lavori con una compagnia teatrale di detenuti, ha recitato in Reality e Dogman di Matteo Garrone e ne La paranza dei bambini di Claudio Giovannesi. Fino ad oggi. Fino a Ultras.

Prima di tutto: come stai? Come stai vivendo questa quarantena?

“Eh… come tutti. Sono rinchiuso in casa e cerco di organizzarmi la giornata nel migliore dei modi: leggo, guardo qualche film e… cucino”.

Parliamo di Ultras. Quando è arrivata la chiamata di Francesco Lettieri?

“Feci il primo provino nel gennaio del 2019 poi, visto che evidentemente avevano intravisto qualcosa in me, ne feci un secondo per la riconferma. Al secondo, confesso, dissi: va be’, qui qualcosa di buono lo hanno visto e quindi c’è qualche possibilità.

Il problema è che poi mi hanno chiamato anche per un terzo provino e allora pensai: e ora? Perché un terzo provino? Ammetto che qualche dubbio mi è venuto. Invece poi dopo un paio di mesi mi hanno confermato che alla fine ero stato scelto per interpretare il protagonista del film”.

Cosa hai pensato quando hai letto per la prima volta il copione?

“Ho pensato subito: questo ruolo deve essere mio. E’ un ruolo che ho voluto a tutti i costi e al quale ho sempre creduto fin dal primo provino”.

Nel film interpreti Sandro, il Moicano. Come avete studiato il personaggio?

“Devo dire che in realtà non c’è stato un vero e proprio studio del personaggio ma, a mano a mano, abbiamo aggiustato il tiro durante le riprese. Francesco ha sempre avuto tanta fiducia in me. Io non ho dato il massimo per questo film, io sono proprio andato oltre me stesso. Non volevo deludere Francesco che comunque era al suo primo film”.

Quanto c’è di tuo in Sandro?

“Io mi sono calato nel personaggio e ho cercato di fare mia ogni sua parola. C’è tanto di mio soprattutto nel suo aspetto più umano e più lontano dal mondo ultras. Io ho sempre seguito il Napoli da ragazzino con la radio, ogni tanto andavo al San Paolo ma non sono mai stato un ultras. Un mondo, quello degli ultras, che per me era sconosciuto”.

Una tua frase mi ha molto colpito:

“Non è vero che siamo tutti uguali e a tutti vengono date uguali possibilità. Ci sono luoghi in cui il sole non batte e tu ci impieghi una vita di sbagli a trovarlo”.

Vale anche per il Moicano?

“Secondo me sì. Anche lui, come me, viene da una vita violenta e di sacrificio. Lui inizia a riflettere su se stesso dopo il Daspo così come io ho iniziato a riflettere su di me in carcere”.

Qual è stata, sul piano emotivo, la scena più difficile da girare?

“La scena al molo quando il Moicano decide di parlare agli altri tifosi di ritorno da Firenze. Quella è stata una scena cruciale del film. Lì, su quel molo, si è capito chi fosse davvero il leader del gruppo. Non è stato facile fare quella scena perché eravamo un centinaio su quel molo.

Non è stato facile. Era finzione, è vero, ma comunque dovevo essere convinto e dovevo essere convincente. Un’altra scena difficile è stata quella della litigata con Barabba, quando si parla di una possibile rappresaglia contro i più giovani del gruppo”.

E sul piano tecnico?

“Ammetto, non da attore, ma proprio da Aniello ho avuto tanta paura della scena sott’acqua. E’ stata una scena in cui ho avuto paura come umano e non come attore. E’ vero, avevo i sub intorno pronti ad intervenire, però comunque ho avuto paura. Avevo paura di non tornare più su”.

C’è chi ha definito Ultras una sorta di western contemporaneo. Ti piace come definizione?

“L’ho letto anche io. Ci potrebbe anche stare. Però il film ha anche un aspetto umano importante”.

Nel film Sandro intreccia una relazione con Terry. A un certo punto il Moicano parlando con Barabba dice: “Ma guardaci, guardaci, a cinquant’anni ancora qua, siamo ridicoli”.

Come cambia il personaggio con questa relazione?

“Cambia tutto. Cambia tutto perché lui inizia a conoscere un mondo che prima lui ignorava del tutto: l’amore. Lui, si capisce, non aveva mai avuto una relazione profonda con una donna e con Terry, infatti, va un po’ in confusione.

E’ impacciato, è timido. Il mio è un personaggio diviso a metà: metà Moicano, con le sue sicurezze e le sue esperienze e metà Sandro, con la sua timidezza e le sue debolezze”.

Come descriveresti invece il rapporto tra il tuo personaggio e Angelo, un ragazzo sedicenne che il Moicano tenta di proteggere da quel mondo?

“Angelo è come un figlio o un nipote per lui. Il Moicano cerca di far capire ad Angelo che oltre alla superficie, dentro a quel mondo c’è qualcosa di più violento. Il problema è che il Moicano non poteva essere troppo chiaro con Angelo perché altrimenti non sarebbe più stato un mito per lui e a quel punto non sarebbe più stato credibile ai suoi occhi”.

Cosa ti ha colpito di più di Francesco Lettieri come persona e come regista?

“Non lo conoscevo come regista. Ammetto, infatti, che non avevo visto i suoi video musicali. Poi, quando sono andato a studiarlo, mi hanno colpito le sue riprese, le sue immagini e il suo uso della cinepresa.

Sono fatto così. Al primo provino mi presentai e dissi subito: lavoriamo paro paro sulle battute o possiamo cambiare qualcosa? Perché io non riesco a seguire alla lettera ogni battuta. Se mi avessero detto che avremmo dovuto seguire paro paro le battute in quel caso avrei detto: arrivederci e grazie. Non sono quel tipo di attore.

E devo dire che invece lui si è fidato molto di me e mi ha dato tanta libertà anche se, ovviamente, abbiamo rispettato la sceneggiatura. Mi sono trovato bene con lui e mi piace molto come regista. E’ un regista giovane e secondo me può fare tanto per il cinema italiano. Secondo me ha una visione chiara”.

Liberato già lo conoscevi?

“Avevo sentito qualcosa ma, ammetto, non era il mio genere. Sono andato a vedere alcuni video di Francesco per Liberato dopo il primo provino. A me la colonna sonora è piaciuta molto. C’è sintonia tra la colonna sonora e il film”.

Tu hai lavorato anche in Reality con Matteo Garrone. In Reality interpretavi Luciano, un pescivendolo napoletano che arriva a distruggere la sua vita e quella della sua famiglia per seguire il sogno del Grande Fratello.

Quali sono, se ci sono, i punti di contatto tra il Moicano e Luciano?

“L’aspetto umano credo. Ma in realtà seguono due strade diverse. Luciano butta tutto all’aria, la famiglia e l’amore, per seguire questo sogno del Grande Fratello. Invece il Moicano percorre questa strada al contrario. Il Moicano, a differenza di Luciano, prova invece a raddrizzare la sua vita”.

Quali sono invece i punti di contatto e le differenze tra Matteo Garrone e Francesco Lettieri?

“Matteo adesso è un regista affermato e di fama mondiale. Francesco ha vent’anni in meno e sta iniziando il suo percorso. Devo dire però che sono simili sul lavoro. Ho visto molti registi giovani, come Claudio Giovannesi, che secondo me stanno cercando di seguire la strada di Matteo”.

E’ vero che ti piacerebbe interpretare un personaggio alla Serpico?

“Sì. Io poi il poliziotto l’ho fatto in Dogman e in molti mi hanno detto che sono più credibile io che tanti altri. Sarebbe qualcosa di nuovo per me. Io mi diverto sempre ad interpretare personaggi che sono lontani dal mio mondo”.