Venezia 71: Hungry Hearts di Saverio Costanzo. Arianna Finos, La Repubblica FOTO

di Redazione Blitz
Pubblicato il 1 settembre 2014 15:36 | Ultimo aggiornamento: 1 settembre 2014 16:22
Venezia 71: Hungry Hearts di Saverio Costanzo. Arianna Finos, La Repubblica

Adam Driver, Alba Rohrwacher, Saverio Costanzo (LaPresse)

VENEZIA – Hungry Hearts di Saverio Costanzo, recitato in inglese e girato a New York, è il secondo film italiano in concorso al 71° Festival del Cinema di Venezia. Alla proiezione di domenica 31 agosto la pellicola è stata accolta da dieci minuti di applausi. La storia è ispirata dal romanzo Il Bambino Indaco di Marco Franzoso.

È la storia di una coppia, un ingegnere americano (Adam Driver, Guerre Stellari) e un’italiana che lavora in ambasciata (Alba Rohrwacher) che si incontrano e si innamorano nella Grande Mela. Quando coronano il loro matrimonio con un figlio, lei, tagliata fuori dalla vita della metropoli e ossessionata dalle indicazioni dategli da una veggente, costringe il bambino a una dieta vegana estrema che lo affama (da cui il titolo Cuori Affamati) e lo mette in pericolo di vita, trasformando marito e moglie in due nemici e il figlio in un campo di battaglia.

Ecco come Arianna Finos su Repubblica ha presentato Hungry Hearts:

I DIECI minuti di applausi che hanno accolto Hungry hearts alla proiezione per il pubblico non erano scontati. Perché il film di Saverio Costanzo, il secondo italiano in concorso, è costruito per dividere. Commuove o fa discutere. «Sono contento delle reazioni forti, delle lacrime in sala, vuole dire che il film è vivo», commenta il regista. Il titolo ricorda la canzone di Springsteen, la storia è liberamente ispirata al romanzo Il bambino indaco di Marco Franzoso, Hungry hearts è girato in inglese e ambientato a New York.
I cuori affamati sono quelli di due giovani, lui è un ingegnere americano (Adam Driver) lei (Alba Rohrwacher) un’italiana che lavora all’ambasciata. L’incontro è comico, restano chiusi nel bagno di un ristorante cinese. Li ritroviamo a letto insieme, lei dice che forse la trasferiscono, lui la mette incinta. La colonna sonora del matrimonio è Flashdance , lui le canta “Tu si ’na cosa grande”. Ma, come spesso avviene nelle coppie, la nascita del bambino cambia le cose. «Diventare genitori è un momento difficile della vita, malgrado quello che ci viene detto, non è naturale né facile», spiega Costanzo. Lei si sente tagliata fuori («un isolamento che ho sofferto anch’io quando ho vissuto a New York», spiega Costanzo), il suo cuore affamato si butta nel compito sacro di far crescere quel bimbo che una veggente da dieci dollari ha definito “indaco”, un essere speciale destinato a cambiare il mondo. Non ascolta i dottori, segue una rigida dieta vegana, lo nutre con semi e avocado, con erbe e radici che lei stessa coltiva nel piccolo orto costruito sul tetto. Il bimbo è sotto peso, a rischio. Lui lo porta da un dottore, tenta il dialogo («Siamo sotto il percentile della sua età? Ma cos’è una gara?» risponde lei). Il padre, di nascosto, porta il bambino in chiesa e lo imbocca con l’omogeneizzato di prosciutto. Interviene la nonna americana (Roberta Maxwell) che si schiera contro la nuora, lui si convince al rapimento “legale” del bambino.

Il disagio si trasforma in tragedia, il film oscilla tra il dramma psicologico e un’atmosfera horror che rimanda al Polanski di Rosemary’s baby.

«Mi sono mosso in modo istintivo, senza schemi preconcetti », dice il regista. «Il libro mi aveva colpito subito, ma all’inizio non volevo farne un film perché anche se la drammaturgia era forte, il rischio della morbosità era in agguato». Come in recenti film americani, Costanzo racconta una storia d’amore e incomprensione con due versioni opposte. Di lui e di lei. Senza bisogno di scindere i punti di vista, ma offrendo allo spettatore la possibilità di cogliere, anche nei dettagli, la verità dell’uno o dell’altro.

Alba Rohrwacher è bravissima nel chiudere il personaggio in se stesso, nel non cercare l’empatia del pubblico. Costanzo: «Il mio non è un film contro niente e nessuno. È una storia d’amore, sul disagio dell’amore, un’ossessione che lei non riesce a contenere e alla fine diventa disperazione. Ma io non giudico i personaggi, li guardo con tenerezza e chiedo al pubblico di fare altrettanto. Attraverso di loro mi sono riflesso come padre, con meno severità e più passione». Alba difende il personaggio della madre: «Quando l’ho affrontata per la prima volta ho provato una grande emozione, il suo percorso mi incuriosiva. Mi sembra che questa donna cambi attraverso il dolore e la difficoltà: riesce a uscire di casa, a prendere la metropolitana affollata, a far sentire al suo bimbo il sole e la sabbia sulla pelle. Continuo a chiedermi cosa sarebbe accaduto se la vita, alla fine, non avesse deciso per lei».

IL RED CARPET DI HUNGRY HEARTS AL 71° FESTIVAL DEL CINEMA DI VENEZIA (FOTO LAPRESSE)

IL PHOTOCALL DI HUNGRY HEARTS A VENEZIA (FOTO LAPRESSE)