Venezia 71: Hungry Hearts di Saverio Costanzo. Valerio Cappelli, Corriere della Sera

di Redazione Blitz
Pubblicato il 1 settembre 2014 15:08 | Ultimo aggiornamento: 1 settembre 2014 16:22
Venezia 71: Hungry Hearts di Saverio Costanzo. Valerio Cappelli, Corriere della Sera

Adam Drivers, Alba Rohrwacher e Saverio Costanzo (LaPresse)

VENEZIA – È stato presentato al 71° Festival del Cinema di Venezia Hungry Hearts (Cuori Affamati), di Saverio Costanzo, con Alba Rohrwacher e Adam Driver. Il film, ambientato a New York e in lingua inglese, è in concorso per il Leone d’Oro. Jude e Mina si incontrano nella Grande Mela, si innamorano e si sposano.

Quando il matrimonio viene coronato con un figlio, Mina cambia. Ossessionata dall’alimentazione del figlio, suggestionata da una veggente, costringe il bambino a una sorta di dieta vegana estrema, che in pratica affama il piccolo e logora lentamente il piccolo nucleo familiare.

Ecco come ha descritto Hungry Hearts Valerio Cappelli per il Corriere della Sera:

“Quel bambino non esce mai di casa e non può vedere il sole, così vuole la madre, e la luce non brilla nelle ombre: la fa svanire; quel bambino non può mangiare niente che provenga da animali, così vuole la madre, e non cresce, è in pericolo di vita. Accolto molto bene dalla stampa internazionale, Saverio Costanzo porta in gara Hungry Hearts, un film girato in inglese che, prodotto da Mario Gianani con Rai Cinema, uscirà a gennaio. La storia è tutta sulle spalle di Alba Rohrwacher e Adam Driver. Il nuovo idolo americano, dal volto irregolare e alto come un giocatore di basket, sbarca direttamente dal set del nuovo capitolo di Guerre Stellari , accolto dall’isteria delle sue giovani fans. Si dice rapito «dalla relazione carnale e aggressiva dei due protagonisti, che si muovono in uno spazio claustrofobico. È stata una sfida, il tempo delle riprese era limitato e così il budget. Con Alba ci siamo visti solo due pomeriggi prima di girare, tra noi si è costruita una buona chimica. Dovevamo essere sempre pronti e concentrati».

Lui interpreta un padre esemplare, assiste impotente alla crepa familiare che si allarga fino a quando si spalanca l’abisso. Sarà inutile la sua protezione paterna. Il figlioletto, malgrado la cattiva nutrizione, non si lamenta mai, piange una sola volta… «Sì, e può sembrare strano, ma forse non avrebbe nemmeno avuto la forza di piangere. L’idea iniziale era quella di non farlo vedere per niente, come se fosse un’idea».

I due, Jude e Mina, si incontrano a New York, si innamorano, lei resta incinta, si sposano. Sono felici, innamorati. Mina però con la maternità diventa un’altra persona, consulta un veggente, dice che il figlio deve purificare il suo corpo e imparare a difendersi da solo, il mondo è tossico, ha l’ossessione del cibo, solo semi oleosi e avocado. Ci sono delle punte horror, c’è «un approccio che può ricordare Cassavetes», dice il regista. Non si è smarrito nel gioco citazionista: «Le scene sono strappate, come a dire allo spettatore, hai visto abbastanza, spostiamoci dove succedono altre cose». Questa storia, tratta dal romanzo Il bambino indaco di Marco Franzoso, «non avrebbe potuto svolgersi in altre epoche, è molto contemporanea, potrebbe essere ispirata a un fatto di cronaca, c’è il sapore di una storia vera, racconta quasi una malattia del nostro tempo, stiamo sempre lì a chiederci cosa mangiamo. Io una volta al mese con i miei figli vado da McDonald’s, amo il Big Mac!».

La figura maschile non è, come avviene in tanto cinema italiano, egoista, superficiale, l’eterno Peter Pan: nutre il figlio di nascosto, non condivide il radicalismo della moglie, ma sa che lei agisce per amore e la ama fino all’ultimo, cerca di salvare la sua famiglia. Cosa succede quando il male si nasconde lì dove dovrebbe sgorgare la più infinita tenerezza? L’istinto materno si sovrappone all’istinto di morte. Eppure il regista non ha mai «giudicato i tre personaggi, perché c’è anche la madre di lui (Roberta Maxwell), ho imparato a guardarli con dolcezza, e attraverso il loro sguardo ho guardato me stesso, il mio ruolo di padre. È stato catartico». Il personaggio di Alba dice poco di sé, la madre è morta, il padre è anziano e comunque hanno poco da dirsi. Forse è diventata madre senza essere stata figlia. «C’è la difficoltà di diventare genitori, quella donna non è pazza — osserva Alba —, Mina diventa madre, cerca di agire nel bene e commette degli errori. Dentro di lei c’è un cambiamento. Sbaglia, cade. Forse se avesse capito in tempo avrebbe potuto trovare la strada giusta». Ritrova Costanzo dopo La solitudine dei numeri primi : «Lì sono un’anoressica che nel male ci sguazza, Mina è una donna che cerca di pulirsi per stare bene».

Costanzo ha ambientato questa vicenda su un amore estremo ed estreme sofferenze a New York: «Avevo bisogno della sua violenza. È una città dove ho vissuto, sono stato male, la solitudine, l’isolamento. Lì tutto è possibile, ma se non hai i mezzi mangiare bene è faticoso. Roma non sarebbe stata credibile, noi abbiamo una tradizione culinaria strutturata. In fondo è una storia d’amore, anche sul disagio dell’amore, che finisce in tragedia». Un film a basso costo (1 milione e mezzo di euro), ma il produttore Gianani sottolinea: «Il cinema d’autore è difficile da costruire, ha costi elevati rispetto al rischio dell’impatto nelle sale».
Costanzo segue il lavoro di una decina di autori, «che sono tanti. Ma non mi piace tanta roba. Noi abbiamo accettato la sfida di abbattere i costi secondo lo schema del cinema indipendente Usa. Niente assistenti o camerini per gli attori. È una strada che non toglie nulla alla creatività. SIamo fortunati a fare questo mestiere, rimbocchiamoci le maniche»”.

IL RED CARPET DI HUNGRY HEARTS AL 71° FESTIVAL DEL CINEMA DI VENEZIA (FOTO LAPRESSE)

PHOTOCALL DI HUNGRY HEARTS A VENEZIA (FOTO LAPRESSE)