YOUTUBE Video Recensione The Post. Cinema “impegnato” e spettacolo filmico: la chimica di Steven Spielberg

Giuseppe Avico
Pubblicato il 3 febbraio 2018 8:16 | Ultimo aggiornamento: 4 febbraio 2018 22:10
Recensione The Post. Cinema “impegnato” e spettacolo filmico: la chimica di Steven Spielberg

Recensione The Post. Cinema “impegnato” e spettacolo filmico: la chimica di Steven Spielberg

ROMA – Steven Spielberg è un cineasta poliedrico, prolifico, perentorio e persuasivo. Lo è lui, lo sono la grande maggioranza dei suoi lavori. Non fa eccezione la sua ultima fatica filmica, The Post, pellicola del 2017 interpretata da Tom Hanks e Meryl Streep. CLICCA QUI PER ALTRE VIDEO RECENSIONI.

Il film ripercorre i trascorsi mediatici dei Pentagon Papers, quei documenti del Pentagono top secret di 7000 pagine sui rapporti e le tattiche del governo americano con il Vietnam, in un periodo di tempo che va dal 1945 al 1967. Nel 1971 Daniel Ellsberg, economista ed ex militare, fotocopia e divulga tali documenti, pubblicati prima sul New York Times, poi sul Washington Post. I Pentagon Papers portano alla luce sorprendenti rivelazioni sulle reali motivazioni della guerra in Vietnam e i corrispettivi dettagli, verità rivelate che coinvolgono quattro presidenti. La pellicola si concentra soprattutto sul Washington Post e sui suoi protagonisti, l’editore Katharine Graham e il direttore Ben Bradlee, impegnati in una dura battaglia giornalistica in favore della libertà di stampa.

Steven Spielberg realizza un film completo, dinamico e mai sopra le righe: un perfetto connubio di cinema “impegnato” e spettacolo filmico. La vera forza della pellicola sta nella sua natura, ovvero quella di voler essere da una parte un period movie convincente dal punto di vista storico, dall’altra un film che calca la mano, senza eccessi, sull’attualità. In questo contesto, portando sul grande schermo le vicende appena descritte, il regista, accompagnato dalla premiata penna di  Josh Singer, decide di trattare numerose questioni di sottofondo che sorreggono appunto tali vicende. Una su tutte, perfettamente incarnata da Meryl Streep, è quella che riguarda il ruolo femminile in un contesto dominato dal potere dell’uomo. La figura di Katharine Graham rappresenta, infatti, l’essenza principale della pellicola, ovvero ciò che smuove realmente le dinamiche all’interno della stessa. Una donna con enormi responsabilità sulle spalle, vista quasi con dolcezza e indulgenza, capace di evolversi nel corso del film con grande capacità, con una presa di coscienza enorme. A svilupparsi con grande solidità è anche il personaggio di Tom Hanks, alias Ben Bradlee, un perfetto alter ego di Katharine Graham, con la quale costruisce un’alchimia d’intenti estremamente efficace ai fini della narrazione.

In primo piano, ovviamente, c’è il giornalismo, e più nello specifico la libertà e il bisogno della stampa. Il film, attraverso le dinamiche di una storia funzionale, mette in risalto il ruolo dei media all’interno di una società e, più a fondo, il dovere dell’informazione prima degli interessi. La volontà di un giornale, in questo caso del Washington Post, dev’essere sempre quella di comunicare e render noto ciò che deve essere reso noto, lontano dalle collusioni politiche. Il film sottolinea tutto questo in maniera impeccabile, senza scadere banalmente nella retorica più enfatica e artificiosa.

Tecnicamente parlando, il film gode di una regia vivace, intraprendente e compiacente ai singoli personaggi, in grado di mostrare più punti di vista, più dettagli e sfumature, ma senza mai far sentire il carico della macchina da presa. La sceneggiatura di Josh Singer, già autore di film come Il caso Spotlight e Il quinto potere, è magistrale, scandita e impreziosita dalla naturalezza dei dialoghi. Le interpretazioni sono ottime, spiccano certamente quelle di Meryl Streep e Tom Hanks, in perfetta sinergia. Altrettanto eccellenti sono quelle secondarie, tra le quali quelle di Bob Odenkirk e Bruce Greenwood emergono per espressività e potenza drammatica. CLICCA QUI PER LA RECENSIONE DEL FILM DOWNSIZING.

The Post è un film riuscito sotto tutti i punti di vista, capace di farci apprezzare il lavoro di un regista come Spielberg in grado ancora oggi di rinnovarsi, di accrescere il suo essere “autore” e di volersi prodigare verso un tipo di cinema sempre di qualità e sempre di sostanza. Che dire, chapeau. Voto: 8.