Video Recensione: L’isola dei cani. La bidimensionalità della stop-motion e la genialità tridimensionale di Wes Anderson

Giuseppe Avico
Pubblicato il 10 maggio 2018 11:00 | Ultimo aggiornamento: 11 maggio 2018 16:20
Recensione: L’isola dei cani. La bidimensionalità della stop-motion e la genialità tridimensionale di Wes Anderson

Recensione: L’isola dei cani. La bidimensionalità della stop-motion e la genialità tridimensionale di Wes Anderson

ROMA – Colori brillanti, geometria visiva, la cura e la ricercatezza nei dettagli, quello stile subito riconoscibile che o si adora o si rifiuta: sì, siamo in pieno territorio Wes Anderson. Dopo aver messo a segno il colpo Grand Budapest Hotel nel 2014, film che portava a compimento e ampliava ulteriormente l’universo filmico di Anderson, il regista americano torna al cinema con un progetto in stop-motion, il secondo dopo Fantastic Mr. Fox, ovvero L’isola dei cani. CLICCA QUI PER ALTRE VIDEO RECENSIONI.

Giappone, 2037. A seguito di “influenza canina”, tutti i cani di Megasaki City vengono messi in quarantena su un’isola abbandonata e piena di rifiuti. Il dodicenne Atari Kobayashi, figlio del sindaco che ha emesso il decreto contro la razza canina, va alla ricerca del suo amato cane Spots. Giunto sull’isola, dopo un brusco atterraggio con il suo piccolo aeroplano, viene soccorso da un branco di 5 cani i quali, dopo pochi instanti di esitazione e commossi dalla determinazione del giovane, decidono di aiutarlo a ritrovare Spots. Atari,  guidato dai suoi nuovi amici a quattro zampe, potrà non solo raggiungere il proprio obiettivo, ma perfino aiutare lui stesso i cani dell’isola ad evadere e cambiare il loro avverso destino.

Il cinema di Wes Anderson incontra l’immaginario giapponese, e il risultato è ottimo. Lo stile del regista americano, spesso e volentieri contrassegnato da una messinscena geometrica, pittorica e iconica, si sposa a meraviglia con il mondo giapponese, più o meno contraddistinto, esemplificando il discorso, dalle medesime caratteristiche. Se da una parte, però, si ha il connubio, dall’altra il film non vuole mai ritrarre quel mondo lontano per presentarcene una copia ulteriore, bensì lo adotta e lo ricama arricchendolo di immagini e suggestioni che provengono dalla mente del suo autore; è ciò che si potrebbe definire “un completarsi a vicenda”. Anderson fa tutto questo con la curiosità di un bambino, con la consapevolezza, però, di chi sa ben sfruttare gli elementi che ha a disposizione, tra questi la tecnica della stop-motion. Il regista americano si era già approcciato a questo metodo d’animazione con Fantastic Mr. Fox, ottenendo un ottimo risultato. Con L’isola dei cani, però, riesce ad ottenere davvero il massimo, mettendo in mostra ancor di più tutto il suo potenziale artistico e tecnico, proponendo una composizione generale magnifica che è la naturale conseguenza di uno studio filmico ben preciso, mai banale, mai stucchevole e sempre suggestivo.

Il regista, inoltre, riesce perfettamente a giocare con la linea delle emozioni e di determinate sequenze: se da una parte si hanno immagini che stimolano il pubblico per la loro grazia e per la loro gentilezza compositiva (nei primissimi piani, per esempio), dall’altra Anderson ne propone diverse che mettono in evidenza il risvolto più doloroso e drammatico, a tratti violento, che sta alla base di una storia commovente. Alla base il tema politico emerge quanto serve, ma senza quel convenzionale ingrediente di denuncia che avrebbe macchiato il film inutilmente. L’isola dei cani si propone come un film adatto a tutti che segue, seppur con grande imprevedibilità, il regolare “viaggio dell’eroe”, colui che è destinato a cambiare ed evolversi lungo il cammino. In merito Anderson, nel mare di personaggi e conseguenti personalità, costruisce ruoli ben precisi per ogni componente della storia, ognuno caratterizzato e ben distinto, dai quali sicuramente emergono quelli di Atari e di Chief, uno dei cinque cani che aiutano il giovane lungo il viaggio. CLICCA QUI PER LA RECENSIONE DEL FILM LORO 1.

Il cinema di Anderson non è mai stato troppo diretto o spontaneo, spesso anzi si poggia sulla base di un percorso fatto di metafore, allegorie e simboli che è sempre bene percorrere per partecipare al suo personalissimo gioco. Con questo film, il regista costruisce una favola che si basa innanzitutto sul movimento che la stop-motion riesce a riprodurre, ma che va perfino oltre riuscendo a spaccare con intelligenza e armonia la parete della bidimensionalità di questa tecnica grazie alle emozioni che porta sullo schermo e che provoca. Quello de L’isola dei cani è uno spettacolo fatto di scenari sempre nuovi, sempre variegati, animati dal movimento dei suoi personaggi spesso tanto grandi da costruirsi intorno panorami ulteriori che sono di natura emotivi. Voto: 9.

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