Recensione: Papillon, remake con Charlie Hunnam e Rami Malek

Giuseppe Avico
Pubblicato il 5 luglio 2018 13:56 | Ultimo aggiornamento: 5 luglio 2018 13:56
Recensione: Papillon. Un remake poco interessante, un’ombra sbiadita dell’originale

Recensione: Papillon. Un remake poco interessante, un’ombra sbiadita dell’originale

ROMA – Prima la storia vera, poi l’autobiografia divenuta best-seller e il film del 1973 con Steve McQueen e Dustin Hoffman. Di sicuro Papillon, film del 2017 diretto da Michael Noer, ha molto da cui poter prendere ispirazione, cercando di evitare di presentarsi come un remake inutile e didascalico. Se nel film originale trionfava la splendida coppia McQueen-Hoffman, in questo remake la scena è affidata a Charlie Hunnam e Rami Malek, rispettivamente nei ruoli di Henri “Papillon” Charrière e Louis Dega.

La storia (vera) è quella dello scassinatore francese Henri Charrière detto Papillon. Nell’ambiente della malavita parigina il criminale, nel 1931, viene incastrato per un omicidio che non ha commesso e condannato a scontare una pena esemplare nella colonia penale francese sull’Isola del Diavolo. Nonostante la fama del posto, Papillon sembra determinato ad evadere con tutti i mezzi a sua disposizione, disposto per questo a stringere un improbabile alleanza con Louis Dega, un abile contraffattore in cerca di protezione. Quello che all’inizio si proponeva come un patto di convenienza tra i due, si trasforma ben presto in un’amicizia duratura e leale.

Papillon è un remake, raffrontarlo con il film originale, per quanto non sia un capolavoro, sarebbe controproducente per chiunque. Se proprio si vuole affrontare improbabili confronti, si potrebbe dire che il remake risulta ben lontano dal suo alter ego cinematografico, risulta meno convincente soprattutto in certi spunti narrativi che non lasciano troppo spazio all’imprevedibilità. Ma come detto un remake, per quanto conveniente sarebbe, non dovrebbe quasi mai essere analizzato solo attraverso il filtro dell’originale, anzi. Inoltre Papillon, quello del 2017, cerca fin dall’inizio il più possibile di seguire la linea narrativa dell’autobiografia più che la convenienza del film originale. Questo è un altro buon motivo per non paragonare le due pellicole. Per quanto questo film rivendichi la sua indipendenza, non può nascondere i suoi difetti, più o meno gravi, da rintracciare soprattutto nella stesura della sceneggiatura. Ciò che appare chiaro è la scarsa caratterizzazione dei protagonisti, presentati poi nel peggior modo possibile. L’azione aiuta lo spettatore a tracciare un profilo dei protagonisti più o meno preciso, privandosi però di una caratterizzazione psicologica che in un film di questo tipo sarebbe risultata vitale, e che qui, al contrario, viene poco assecondata. L’azione e la macchina da presa giocano un ruolo chiave in questa pellicola, laddove la regia risulta essere non troppo convincente ma precisa, sinonimo, in questo caso, di didascalico e banale. Però è l’azione che comanda il film, e qui è distribuita nella peggior maniera, con il sospetto che il montatore abbia avuto più di un colpo di sonno. La parte più puramente tecnica risulta mal gestita in un contesto nel quale il movimento, il silenzio e gli sguardi giocano un ruolo chiave, ma qui poco valorizzati. CLICCA QUI PER LA RECENSIONE DEL FILM LA TRUFFA DEI LOGAN.

Per ciò che riguarda gli attori, Hunnam e Malek in primis si muovono piuttosto bene, aiutati anche da una buona sintonia che si nota fin dalle primissime sequenze. A sorprendere sono anche e soprattutto i ruoli secondari, ottimi comprimari di una storia che ha bisogno di volti ben precisi e quasi “iconici”. Altro problema che condanna un film già imperfetto è il ritmo, o quello che si cerca di spacciare per ritmo. Da una sceneggiatura piatta e prevedibile come quella di questo film, non ci si poteva certo aspettare capolavori di sorta, ed è proprio il ritmo la prova numero uno di questa cattiva gestione. Sono pochissimi gli elementi di questo film degni di nota: probabilmente una buona fotografia e una gestione praticamente ottima delle ambientazioni; ma se hai un involucro perfetto, dovrai pur riempirlo di qualcosa. Voto: 5.

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