Sound of Metal: recensione (senza spoiler) del film candidato agli Oscar

di Giuseppe Avico
Pubblicato il 25 Marzo 2021 7:48 | Ultimo aggiornamento: 25 Marzo 2021 13:04
Sound of Metal: recensione (senza spoiler) del film candidato agli Oscar

Sound of Metal: recensione (senza spoiler) del film candidato agli Oscar

Passato in sordina, pubblicizzato col contagocce, uscito in Italia direttamente in streaming su Prime Video e distribuito per poco tempo nelle sale cinematografiche statunitensi: poi il botto con le nomination agli Oscar e Sound of Metal ha finalmente richiamato su di sé l’attenzione del pubblico. Ancora una volta sono gli Oscar a spostare l’interesse di molti, nel bene e nel male. Ma se raccogli sei nomination, inclusa quella per miglior film, qualcosa di buono devi pur aver filmato.

Darius Marden, co-sceneggiatore del film Come un Tuono e già regista del documentario Loot, firma il suo esordio alla regia in un lungometraggio di finzione. Ne cura anche la sceneggiatura, basandosi sul soggetto ideato da Derek Cianfrance, il regista di Come un Tuono, nonché suo amico. Un bel giro. A dar vita al film un cast nel quale spiccano i nomi di Riz Ahmed, forse qui alla consacrazione definitiva, Olivia Cooke e Mathieu Amalric.

Sound of Metal: la trama

Ruben Stone suona la batteria nel duo metal formato con la ragazza Lou, cantante e chitarrista. I due si spostano continuamente con un camper, di città in città, di tour in tour. Ruben, con un passato da tossicodipendente, è nel pieno della sua nuova vita artistica e sentimentale, fino a quando un giorno, d’improvviso, si accorge di non sentire più. Il panico iniziale lascia presto il posto alla paura, sia in Ruben che in Lou. Lui va da uno specialista, il quale lo informa che il suo udito peggiorerà sempre di più. Lei vuole aiutarlo, convincendolo ad unirsi ad una comunità di sordi. Riluttante fin dall’inizio, più propenso ad una costosa operazione, Ruben alla fine accetta di partecipare. Qui il ragazzo dovrà imparare a convivere con la sua nuova condizione, accettandone i limiti e soprattutto accettando sé stesso. 

Un’esperienza sensoriale

Una batteria suonata con violenza, intensità, una chitarra fatta gridare nel buio e una voce dominante sprigionata dalla rabbia: la sequenza iniziale del film ci scaraventa senza troppi complimenti in quella che potremmo definire una vera e propria esperienza. Tutto poi si placa, ma il suono, che sia quello di una caffettiera o quello di un frullatore, è la parte essenziale di questo viaggio, di questa esperienza. Sound of Metal, prima ancora di essere un film drammatico, si impone agli occhi (e alle orecchie) del pubblico come un viaggio basato sulla percezione sensoriale. Il protagonista, Ruben, perde buona parte del suo udito, e la situazione è destinata a peggiorare. Con lui anche il pubblico viene gettato improvvisamente nell’oblio di quei suoni ovattati, distanti anni luce, distorti e impercettibili.

Il film non si limita semplicemente a narrare le vicende di un ragazzo sfortunato, ma le fa vivere e tremare anche nelle orecchie di chi guarda. E se ci sono suoni smorzati e remoti non manca il silenzio, così semplice eppure così estraniante tanto per il protagonista quanto per il pubblico. Una scelta cinematografica/narrativa molto coraggiosa, ma fin da subito ripagata dall’autenticità dell’esperienza. In questo senso bisogna riconoscere il grandissimo lavoro fatto sul comparto sonoro, probabilmente l’elemento che più caratterizza la pellicola. L’utilizzo della camera a mano, inoltre, assume un’efficacia narrativa oltre che visiva, intensificando la sensazione di inadeguatezza del personaggio e del suo perdersi.

La verosimiglianza come punto di forza

Tutto quello che abbiamo appena detto perderebbe di valore e di potenza narrativa se alla base ci fosse stato l’errore di esaltare disperatamente ogni cosa, di gonfiare la drammaticità ai limiti del melenso, di puntare sul melodrammatico spicciolo. Ciò non avviene, al contrario il film riesce sempre a mantenersi verosimile, a tratti brutale, ma sempre credibile. Il suo punto di forza sta proprio in questo, nell’aver scommesso sull’empatia del pubblico, catturandone l’attenzione grazie alla verosimiglianza, e di aver vinto. Eppure, non bastano due o tre immagini, da che mondo è mondo ogni storia ha bisogno di personaggi, sfaccettati e credibili, con i quali il pubblico possa identificarsi, o quantomeno seguirne le vicende con maggiore interesse.

Ruben Stone

Ruben Stone è testardo, giovane, impetuoso. Il suo passato, che non viene mostrato ma solo rivelato a poco a poco, è quello speso nelle cattive acque della tossicodipendenza. Poi è arrivata Lou, un’onda anomala avvolgente, una ragazza depressa e inespressa, scappata dalla Francia, imbarcatasi nell’avventurosa missione di cambiare vita. Ci riesce, ma riesce a cambiare anche Ruben e la musica diviene la cura migliore per entrambi. Poi l’inaspettato, una corda che si spezza o una bacchetta che si rompe: Ruben non sente più. Non sente più la voce di Lou, non sente più il suono del rullante e quello della cassa, non sente più la sua voce.

I fantasmi del suo passato tornano a bussare. Ecco allora che uno, due, tre tiri di sigaretta rappresentano più di quello che sembrano: ritornare alle vecchie abitudini, riabbracciare i dolori del passato, la paura di non potercela fare. Ruben piomba nel silenzio, e noi con lui. Ma il colore rosso vivo dei capelli di Lou riaccende la fiamma, riaccende la speranza, quella che lo spinge nella comunità per sordi. Ruben dovrà cambiare, dovrà accettarsi, dovrà prendere confidenza con il futuro che lo attende, trovando uno spazio di quiete sempre disponibile perché dentro la sua testa, e non nelle sue orecchie.

A dar vita al personaggio c’è Riz Ahmed, attore troppo spesso relegato alle seconde linee ma che con questo film dimostra di sapersi prendere la scena da protagonista con grande intensità drammatica. La sua gestualità e il suo sguardo sanno trasmettere tutto il malessere e il disorientamento del suo personaggio, rivelando, anche con rabbia, una voglia incredibilmente umana di riprendersi la sua vita.

L’esordio alla regia di Darius Marder lascia ben sperare. Ha saputo costruire un film drammatico di grande impatto, tanto sul piano emotivo quanto su quello espressivo. Una sceneggiatura orchestrata con minuziosità nei particolari e nei dialoghi, supportata da una regia capace di comunicare con il personaggio e da un comparto sonoro che fa altrettanto. Quando gli ingredienti del cinema parlano, e si danno del tu come in questo caso, il risultato molto spesso è di livello.

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Sound of Metal: la scheda del film

  • Anno: 2019
  • Genere: drammatico
  • Regia: Darius Marder
  • Soggetto: Darius Marder, Derek Cianfrance
  • Sceneggiatura: Darius Marder, Abraham Marder
  • Fotografia: Daniël Bouquet
  • Montaggio: Mikkel E. G. Nielsen
  • Musiche: Nicolas Becker, Abraham Marder
  • Cast: Riz Ahmed, Olivia Cooke, Paul Raci, Mathieu Amalric