Un giorno di pioggia a New York. Recensione (senza spoiler) dell’ultimo film di Woody Allen

Giuseppe Avico
Pubblicato il 3 Dicembre 2019 8:30 | Ultimo aggiornamento: 3 Dicembre 2019 0:15
Un giorno di pioggia a New York. Recensione (senza spoiler) dell'ultimo film di Woody Allen

Un giorno di pioggia a New York. Recensione (senza spoiler) dell’ultimo film di Woody Allen

ROMA – Woody Allen è tornato, e non che questo ritorno sia stato poi così agevole se si pensa a tutti i problemi di distribuzione che Un giorno di pioggia a New York ha avuto. Ma sorvolando le cause con Amazon Studios, la quale sarebbe dovuta essere la principale società di distribuzione del film, sorvolando anche e soprattutto la polemica attorno ad Allen, quindi le accuse di carattere sessuale e il movimento Me Too, si può alla fine e per fortuna parlare della sua ultima fatica, Un giorno di pioggia a New York appunto. Il cast è quello giusto, attori della nuovissima generazione come Timothée Chalamet, Elle Fanning e Selena Gomez si accompagnano ad altri già più navigati come Jude Law, Diego Luna, Liev Schreiber e Rebecca Hall. L’ambientazione è ovviamente quella della tanto idealizzata e amata New York di Woody Allen. Un ritorno a casa felice?

Gatsby ed Ashleigh, due giovani innamorati, trascorrono un fine settimana a New York. Lei, aspirante giornalista, ottiene un’intervista con un famoso regista. Lui, aspirante sognatore, vuole mostrare alla ragazza la città nella quale è nato. Ma New York è New York, e quando inizia a piovere quello che era stato programmato come un tranquillo weekend d’amore si trasforma in una strana concatenazione di eventi imprevedibili e travolgenti, che metterà a dura prova il loro amore e che rischierà di rovesciare il loro destino.

Woody Allen è un titano del cinema, una figura quasi mitologica, e non solo per gli 84 anni appena compiuti, un cineasta che ha saputo nel corso della sua lunghissima carriera appassionare più generazioni, portandosi dietro tanto gli adulatori quanto i detrattori. Ma va bene così, non potrebbe essere altrimenti. Parlare delle accuse contro di lui e in questo modo solcare i mari agitati di certi discorsi, sarebbe come limitarne il prestigio artistico, sfociando nella cronaca e quindi nella sfera più personale. Ad altri il compito di “occuparsene”. L’ultimo film di Woody Allen è da vedere, è un ottimo film.

Capitolo primo. “Era duro e romantico come la città che amava. Dietro i suoi occhiali dalla montatura nera, acquattata ma pronta al balzo, la potenza sessuale di una tigre…” No, aspetta, ci sono: “New York era la sua città, e lo sarebbe sempre stata…“. Esattamente 40 anni fa, Woody Allen apriva il suo Manhattan con queste parole. Indimenticabile, visionario, romantico, divertente, un capolavoro senza tempo. A distanza di 40 anni, e di acqua sotto i ponti newyorkesi ne è passata, Allen torna a casa, quasi come un viaggiatore stanco ma non ancora sazio. New York è la sua città e lo sarà per sempre. Quarant’anni dopo il bianco e nero si fa colore, le strade sono diverse, qualche palazzo è più alto, altri non ci sono più, le insegne sono sempre più luminose e le persone in strada più agitate. Ci sono i cellulari, c’è internet. Eppure New York, nella mente di uno dei suoi più grandi ammiratori, è ancora quella di un tempo, quella che “esisteva in bianco e nero e pulsava dei grandi motivi di George Gershwin”. Dalle carrozze ai piano bar, dai bellissimi scorci newyorkesi al Jazz, e Central Park. Ma New York in questo film è bellissima anche con la pioggia, e assume i caratteri di un cinema davvero d’altri tempi; Gil Pender (Midnight in Paris) ne sarebbe felice.

In questo film ogni inquadratura fa la differenza, ogni inquadratura è speciale, non si spreca, sembra e appare come un’opera d’arte, anche grazie alla fotografia di Vittorio Storaro, uno dei punti di forza della pellicola. Giochi di ombre, tagli di luce splendidi e il continuo rincorrersi dei colori caldi del sole e quelli più freddi di una pioggia torrenziale: da questo punto di vista, giocando anche con le emozioni dei suoi personaggi, così come nel film La ruota delle meraviglie, Allen realizza ciò che nel cinema si avvicina di più a quello che potremmo definire come uno spettacolo per gli occhi. Ma gli occhi funzionano se a funzionare è anche il cervello, per questo il regista/sceneggiatore non manca di regalarci uno script solido, composto da dialoghi precisi, ironici, malinconici, spesso e volentieri affidati al suo vero protagonista, Gatsby Welles (Timothée Chalamet). Situazioni imprevedibili, cambi di rotta, personaggi in apparenza stilizzati che cambiano improvvisamente, altri che invece non cambiano affatto, qualche critica ad una certa classe sociale, qualche battuta fuori contesto, ed il ritmo è quello giusto. Allen sembra essere tornato alle origini, ma se la critica più gettonata nei suoi confronti è quella di ripetere sé stesso, il regista, al contrario, torna sui suoi temi cari con chiavi differenti, con soluzioni diverse, pur non siglando un capolavoro. Tra gli aspetti più interessanti del film c’è quello che più direttamente riguarda i suoi personaggi, ossia l’evolversi o l’involversi di questi a seconda del luogo: per questo, più che una cartolina sbiadita, New York assume i caratteri di una “città limite”, ovvero quella città che può emozionare così come sconvolgere, cambiare il singolo personaggio. Questo apparirà
evidente solo dopo aver visto il film e il trascorso newyorkese dei due giovani innamorati. Ma questo, e gli va riconosciuto, Allen lo manipola con una leggerezza impressionante, facendo combaciare alla perfezione la commedia romantica con il dramma. Tutto ciò è reso possibile anche dai suoi giovanissimi interpreti, in primis Timothée Chalamet ed Elle Fanning, bravi e nulla di più, sicuramente aiutati da una scrittura di questo tipo.

Un giorno di pioggia a New York non è il canto del cigno di un grande autore, non è il testamento artistico di Allen ma, e qui nessuno lo credeva possibile, è un passo in avanti, probabilmente una naturale evoluzione. E dove se non a New York?