Albania/ Tolto il bando ai motoscafi riprende il traffico di uomini, donne e bambini verso Italia e Grecia, alimentando il dramma della prostituzione. Un’inchiesta del New York Times

Pubblicato il 17 Luglio 2009 11:03 | Ultimo aggiornamento: 17 Luglio 2009 19:01

albanesi_sbarco_webÈ un allarme che riguarda il nostro Paese ma è stato lanciato dal New York Times: il ritorno degli scafisti albanesi rischia di rilanciare la vergogna del traffico di uomini che già afflisse l’Italia negli anni ’90 quando ogni giorno potenti motoscafi guidati da criminali senza scrupoli sbarcavano migliaia di persone sulla costa adriatica.

Erano talmente tanti le donne, gli uomini e i bambini che dall’Albania venivano spediti all’estero per diventare prostitute, operai in nero o mendicanti, che il governo di Tirana tre anni fa mise al bando l’uso di motoscafi, il mezzo preferito dai trafficanti per raggiungere nottetempo le coste dell’Italia o della Grecia con il loro carico umano. L’ordinanza, scrive il New York Times, assieme a più stretti controlli da parte della polizia, ebbe l’effetto di ridurre il traffico di uomini e donne della metà.

Ma lo scorso maggio, in seguito alle proteste dei pescatori e degli operatori turistici, il bando è stato tolto e tanto le autorità quanto le organizzazioni per la tutela dei diritti umani temono che il traffico di questi moderni schiavi possa ora di nuovo intensificarsi, specialmente in questi tempi di crisi economica. Un recente rapporto del Dipartimento di Stato americano ha sottolineato il pericolo.

Il Times racconta la storia, una delle tante, di una giovane di un villaggio albanese che si innamorò di un uomo, il quale le regalò perfino un anello di fidanzamento e che poi, con la minaccia di uccidere la sua famiglia, la costrinse a trasferirsi in un bordello londinese dove ha trascorso 5 anni. All’epoca del rapimento la giovane aveva 18 anni.

La donna, attualmente ventisettenne e ospite di un centro per vittime come lei, racconta: «Ero innamorata di lui e speravo di diventare sua moglie, cosa che lui mi aveva promesso, fino a quando scoprii, ma troppo tardi le sue vere intenzioni. Quando finii nel bordello londinese avrei voluto fuggire, ma agli occhi della legge ero una prostituta con documenti falsi, dove potevo andare?»

Al culmine del traffico gli esperti stimano che sono stati migliaia gli uomini, le donne e i bambini che sono stati trasferiti in Grecia o in Italia per sfruttamento sessuale. Secondo un rapporto delle Nazioni Unite sono oltre 12 milioni le persone che nel mondo vengono costrette a prostituirsi o che sono impiegate in condizioni di lavoro forzato.

Molte vittime sono ingannate con falsi fidanzamenti, veri e propri matrimoni o false offerte di lavoro. In alcuni casi esse vengono vendute ai trafficanti dalle loro famiglie, o vanno all’estero volontariamente in cerca di migliori opportunità che raramente trovano. C’è poi, come in Albania, il problema della corruzione delle autorità, che per denaro si accordano con i trafficanti di esseri umani.

A loro volta le autorità albanesi si lamentano della scarsa collaborazione da parte dei Paesi destinatari delle vittime. Iva Zajmi, coordinatrice degli sforzi contro il traffico al ministero dell’Interno albanese, ha rilevato che la prostituzione legale o tollerata in Paesi come Olanda, Belgio e Germania, rende molto più difficile identificare le vittime e risalire a chi le sfrutta. «La legalizzazione della prostituzione – ha dichiarato al Times Zajmi – ha creato un muro dietro il quale i trafficanti si possono nascondere e continuare a sfruttare le loro vittime.»

Il traffico di esseri umani è cominciato in Albania intorno al 1991, dopo il crollo del comunismo, e per 10 anni gente senza scrupoli ha costretto all’emigrazione forzata migliaia di persone impunemente, non esistendo leggi che lo vietassero. L’apice del problema fu raggiunto nel 1997 quando un gigantesco scandalo finanziario portò il Paese sull’orlo della guerra civile.

«A causa della crisi gli albanesi vendevano le loro sorelle», racconta Ilir Yzeiri, uno scrittore albanese che ha girato un documentario sui traffici di esseri umani. Solo nel 2004 il governo di Tirana ha istituito tribunali speciali per giudicare i trafficanti ed ha varato leggi apposite che prevedono per costoro pene fino a 15 anni di prigione.

Ma il sistema giudiziario albanese è quello che è, ed i processi sono rari principalmente perché le vittime hanno paura di testimoniare. Secondo il Dipartimento di Stato l’anno scorso sono stati istituiti solo 22 processi, meno della metà di quelli svoltisi nel 2007.

Brikena Puka, direttrice dell’ente assistenziale Vatra, afferma che ciò è dovuto al fatto che le vittime temono di essere processate per prostituzione e di finire in prigione. «Queste poverette vengono così vittimizzate due volte, prima dai trafficanti e poi dal sistema giudiziario albanese».