Andreas Lubitz. Delusione d’amore, la verità più intollerabile

di Redazione Blitz
Pubblicato il 27 Marzo 2015 11:03 | Ultimo aggiornamento: 27 Marzo 2015 16:14
La zona dell' schianto

La zona dell’ schianto

ROMA – Andreas Lubitz. Delusione d’amore, la verità più intollerabile. Uno stragista che ha agito freddo, senza nemmeno un sussulto del respiro che è rimasto calmo, regolare. Ma Andreas Lubitz non è un suicida. “Difficile usare quel termine, quando ci sono 149 persone sedute dietro di te e tu decidi di farle precipitare”, ha commentato ieri il capo degli inquirenti, Brice Tobin.

Forse perché è una verità intollerabile. Come una verità ancor meno tollerabile è per i familiari, per gli amici, per la fidanzata che aveva deciso di rompere con lui, la delusione d’amore quale spiegazione dell’inaudito, dell’atroce. 149 esistenze gettate a schiantarsi su montagne indifferenti, un pulsante con su scritto morte per giocare a fare Dio, le vite degli altri nelle proprie mani, le vite degli altri da poter dilapidare a capriccio. Per un bacio mancato, per un matrimonio alle ortiche, per futili motivi.

Lo immaginiamo all’imbarco, o sulla porta della cabina prima del decollo, mentre sorride alla comitiva di turisti e fa un cenno di saluto alla scolaresca in gita premio. Dopo avere visto in faccia le persone che gli erano state affidate, come ha potuto tradirle? Non si può neanche dire che, accecato dal suo male insondabile, a un certo punto abbia creduto di essere rimasto solo.

Se ha chiuso la porta per impedire al comandante di rientrare in cabina, significa che era consapevole della realtà. Per compiere l’atto che lo ha isolato dal mondo doveva sapere che oltre quella porta c’era il mondo. E che lui lo stava condannando a morte. (Massimo Gramellini, La Stampa)

Andreas Lubitz avrebbe gettato nella disperazione i suoi se avesse deciso di farla finita: ora rimarrà loro un inestirpabile senso di colpa per la sorte di 149 innocenti vittime – e corre un brivido al solo poter pronunciare la parola – di un brutto sogno d’amore. Una porta chiusa è il simbolo della tragedia. Quella che nemmeno con l’ascia il collega di Lubitz è riuscito a sfondare. Quella di una mente in tilt, irriducibile a ogni possibilità di comprensione. La porta chiusa della nostra abitudine a vivere, l’ostinazione biologica a non confondere i nostri incubi con la realtà.