Banaz Mahmod, la serie Tv sulla 20enne curda violentata e uccisa dalla famiglia

di Caterina Galloni
Pubblicato il 3 Ottobre 2020 6:36 | Ultimo aggiornamento: 29 Settembre 2020 17:53
Banaz Mahmod, la serie Tv sulla 20enne curda violentata e uccisa dalla famiglia

Banaz Mahmod, la serie Tv sulla 20enne curda violentata e uccisa dalla famiglia (foto Ansa)

Banaz Mahmod aveva solo 20 anni quando nel 2005 a sud di Londra fu violentata e uccisa dalla sua famiglia del Kurdistan iracheno per il cosiddetto “delitto d’onore”.

Il corpo fu messo in una valigia e sepolto in un giardino, dove è stata ritrovata più di tre mesi dopo.

Banaz è stata vittima di un brutale e orribile cosiddetto delitto d’onore e la sua tragica storia ora viene raccontata nella serie tv “Honor” prodotta da ITV. Keeley Hawes, interpreta la detective Caroline Goode, l’agente di polizia che ha indagato sull’omicidio e ha contribuito a consegnare alla giustizia il padre, lo zio e tre cugini di Banaz.

Il padre, Mahmod Babakir Mahmod, è stato riconosciuto colpevole dell’ omicidio e condannato a 20 anni di carcere, mentre lo zio Mahmod Babakir Mahmod, a 23 anni.

Mohamad Marid Hama, uno degli uomini che hanno ucciso Banaz dopo averla sottoposta a ore di torture e stupri, è stata giudicato colpevole dell’omicidio e condannato a 17 anni di prigione.

In un secondo processo per omicidio, Mohammed Saleh Ali e Omar Hussain sono stati entrambi condannati per l’omicidio di Banaz e sbattuti dietro le sbarre rispettivamente per 20 e 21 anni. Banaz era cresciuta in una famiglia curda rigorosamente tradizionale, che viveva nel sud di Londra, dopo essere fuggita dal Kurdistan iracheno quando aveva solo 10 anni.

Nel 2002, la sorella maggiore Bekhal costretta a un matrimonio combinato era scappata di casa.

Aveva vissuto in affidamento e detto alle autorità che la famiglia l’aveva minacciata e sottoposta ad abusi perché frequentava persone che disapprovava.

Ancora solo un’adolescente, Bekhal aveva rifiutato di cedere alle richieste del padre ed era rimasta nascosta.

Era costretta a cambiare continuamente casa e non usciva mai a meno che non indossasse il velo integrale.

Il coraggio di Bekhal aveva significato per il padre Mahmod la parziale emarginazione dalla comunità, sebbene avesse costretto la sorella minore di Banaz, Payman, di soli 16 anni a un matrimonio combinato con un uomo di 31 anni.

Anche Banaz, ancora adolescente, fu costretta a un matrimonio combinato con un uomo più grande di 10 anni, che lei descriveva come una persona con mentalità di “50 anni fa”.

Mentre era sposata, Banaz aveva detto alla polizia di essere stata violen*ata e maltrattata fisicamente, cosa di cui la sua famiglia era a conoscenza, ma affinché non venissero tutti trascinati nella vergogna le avevano detto di mantenere l’unione.

Quando una delle sue sorelle l’aveva trovata coperta di lividi, aveva affrontato il marito di Banaz, che aveva detto alla famiglia:

“Sì, picchio vostra figlia perché è irrispettosa.

E sì, la costringo a fare sesso, ma solo quando rifiuta”.

I genitori e i fratelli ritennero la spiegazione accettabile e non fecero nulla per aiutare Banaz.

Incapace di far fronte all’orribile ciclo di abusi, finalmente aveva lasciato il marito e nel 2005 era tornata a casa dai genitori.

Fu allora che Banaz iniziò una relazione con Rahmat Sulemani, un uomo che aveva scelto.

Nonostante la feroce disapprovazione da parte del padre e dello zio, Banaz continuò a incontrare Rahmat. Mark Billingham, autore di gialli, molto colpito dal caso ha scritto il romanzo “Love Like Blood” e ha osservato:

“Si adoravano.

Sapevano in che guaio si erano cacciati ma non potevano stare l’uno senza l’altro, per cui si incontravano nascosto”.

Il 2 dicembre, si è tenuto un “consiglio di guerra” di famiglia dal fratello di Banaz, Ari Agha Mahmod, dove era stato deciso che avrebbe dovuto essere uccisa insieme a Rahmat.

Banaz ascoltando per caso una conversazione telefonica tra la madre e il fratello si era resa conto del terribile complotto per ucciderla, orchestrato dalla sua stessa famiglia.

Le parole erano:”Stanno causando vergogna alla famiglia. Quella put*ana e il bastardo moriranno’.”

Terrorizzato dopo aver ascoltato la conversazione, Banaz aveva scritto una lettera alla polizia, raccontando le minacce e l’aveva consegnata alla stazione di polizia di Wimbledon il 12 dicembre. Mark Billingham ha commentato:

“Cosa avrà provato alzandosi la mattina e non sapendo cosa sarebbe successo quel giorno? “Viveva ogni minuto, ogni ora di ogni giorno nel terrore assoluto”.

Poco più di due settimane dopo, alla vigilia di Capodanno, la polizia è stata chiamata in un bar a Wimbledon dove Banaz stava affermando che suo padre aveva cercato di ucciderla. Era ubriaca.

Il padre l’aveva portata a casa della nonna, le aveva fatto bere parecchio brandy versato in un bicchiere che lui toccava indossando i guanti. Aveva ordinato alla figlia di non guardarlo e Banaz, agitata, per scappare aveva rotto una finestra ferendosi gravemente alle mani.

Era stata portata in ospedale, dove Ramhat aveva filmato un video agghiacciante che mostrava i familiari complottare contro entrambi mentre la giovane giaceva sul letto. Ma Banaz non aveva un posto dove andare e quando la famiglia aveva organizzato un incontro da McDonald’s, aveva creduto alle parole del padre. Le aveva detto di essere dispiaciuto e di non ascoltare il fratello.

Aveva promesso alla figlia che non le sarebbe successo nulla e che a casa sarebbe stata al sicuro. Ma era una bugia e solo poche settimane dopo è stata uccisa.

Due giorni prima della morte di Banaz, Rahmat era stato sequestrato e gli era stato detto che sarebbero morti entrambi.

In cerca di aiuto Banaz e Ramhat si erano recati alla stazione di polizia per denunciare le minacce ma dovevano tornare il giorno successivo per rilasciare una dichiarazione.

Banaz non si è mai presentata. Rahmat, preoccupato, aveva denunciato la scomparsa della fidanzata, ma quando la polizia è arrivata a casa della famiglia, il padre aveva insistito che la figlia era libera di andare e tornare a suo piacimento e probabilmente stava con un amico.

La polizia aveva iniziato a perquisire i boschi vicino alla casa di Banaz, ma quando hanno cercato di ottenere maggiori informazioni dai familiari, si erano rifiutati di parlare.

Non solo, gli agenti avevano notato che nella casa dove Banaz viveva con i genitori e il fratello non c’era nessuna foto della giovane.

Finalmente, il cugino di Banaz, Mohamad Hama, aveva detto alla polizia di essere stato presente quando il fidanzato era stato sequestrato. Arrestato, mentre era in cella aveva fatto una telefonata che fece scoprire gli assassini di Banaz. La detective Goode ha ricordato:

“Descriveva in modo freddo l’omicidio di una parente e si congratulavano reciprocamente di quanto fossero virili”. Avevano descritto l’omicidio con termini raccapriccianti.

“Avevano stuprato Banaz, lei vomitava per il terrore. Le avevano stretto una corda intorno al collo per tre volte al punto da tagliare la carne.

“Avevano legato i piedi sulla schiena e tiravano, tiravano la corda. Riuscite a immaginare l’orrore di quella situazione? Ci è voluta più di mezz’ora prima che morisse”.

Ma la polizia non aveva ancora recuperato il corpo di Banaz. I tabulati telefonici di due familiari finalmente li portarono nella casa dei genitori.

Il 28 aprile 2006 fu ritrovato il corpo di Banaz. Era talmente in decomposizione che non fu possibile prelevare campioni di DNA.

Il giugno successivo, il padre e lo zio furono accusati di omicidio ma due cugini, Mohammed Saleh Ali e Omar Hussain, scapparono nel Kurdistan iracheno. Sono stati estradati nel 2009 e l’anno successivo sbattuti dietro le sbarre, condannati per l’omicidio di Banaz. (Fonte: Mirror)