Coronavirus, e se la Svezia semi aperta non avesse tutti i torti?

di Alessandro Camilli
Pubblicato il 3 Aprile 2020 13:03 | Ultimo aggiornamento: 3 Aprile 2020 13:03
coronavirus, e se la svezia semi aperta non avesse tutti i torti?

coronavirus, e se la svezia semi aperta non avesse tutti i torti? (Foto Ansa)

ROMA – E se avesse ragione la Svezia? Se la strategia giusta per combattere il coronavirus fosse non il lockdown applicato letteralmente da mezzo mondo ma la prudenza? E’ una possibilità da non escludere. Ma difficilmente replicabile in contesti diversi.

Mentre tutto il mondo ha deciso di chiudersi, di tenere le persone in casa, di chiudere scuole, uffici e fabbriche, Stoccolma ha scelto una strategia diversa: poche o nessuna restrizione e tanti consigli dati dagli esperti. Strategia diversa per un obiettivo diverso.

Mentre infatti per tutti, Italia in primis, l’obiettivo è quello di bloccare il contagio, eliminarlo e poi tornare alla normalità, in Svezia l’idea è quella di rallentare il contagio e renderlo digeribile per il sistema sanitario. E se chi ha scelto di bloccare il virus ha dovuto scegliere di bloccare anche la società, in Svezia per rallentarlo anche la società svedese ha solo rallentato, diradando gli incontri, informatizzando le università e molte scuole e implementando le strutture sanitarie.

C’entra, ma non è la stessa linea dell’immunità di gregge evocata e poi rimangiata oltremanica dal premier Boris Johnson. C’entra perché, tra le principali ragioni della scelta svedese, c’è il timore che il contagio possa tornare anche dopo le chiusure totali, perché prima o poi tutti dovremo riaprire, tutti dovremo tornare a lavorare per produrre.

Non per un bisogno di ricchezza ma per necessità, perché nessuno Stato, nessuna società può restare ferma a tempo indeterminato. Almeno senza andare in pezzi ovviamente. Meglio quindi, specie sul lungo periodo, non andare avanti magari per stop&go ma rallentare il contagio con comportamenti mirati. Ragionamento logico ma qui c’è il punto in cui le peculiarità della scelte svedese diventano difficilmente replicabili altrove.

Stoccolma non ha imposto divieti, ma ha dato consigli.

Lì la fiducia nelle Istituzioni è massima, e se il governo consiglia di non riunirsi in gruppi di più di 50 persone si può essere certi che non se ne troveranno insieme 51. La società svedese è poi una società più giovane della nostra come età media ma, soprattutto, è una società dove i single sono molti di più e dove le interazioni tra le generazioni sono molto minori.

L’idea non è dunque quella che si debba scontare una quota di vittime e pace per i più deboli. Insieme ai consigli i posti in terapia intensiva sono stati raddoppiati e il livello della sanità svedese è ottimo. Agli svedesi non è stato detto, come accaduto altrove, salvo poi essere rimangiato, che avrebbero dovuto mettere in conto la perdita di qualche persona cara.

Agli svedesi è stato detto limitate gli incontri ma andate avanti, che lo Stato si sarebbe preso cura di chi si ammala e, in questo modo, che sarebbero stati più preparati anche per il futuro perché, come ha spiegato il dottor Anders Tegnell in qualità di direttore dell’Agenzia di sanità pubblica svedese, “crediamo che questa malattia non se ne andrà così presto, e dovremo conviverci a lungo. Almeno fino all’introduzione di un vaccino, e questo richiederà anni”.

Anche lontano dalla Svezia sono in molti a pensarla così. Si discute infatti sulla possibilità di essere contagiati più di una volta e ancor più si ragiona sulla possibilità di seconde ondate di epidemia mentre nulla esclude che ce ne possano essere anche più. Ma come si possono applicare politiche svedesi in un Paese dove si è dovuto spiegare per giorni che andare a fare jogging non era un’attività indispensabile anche dopo averlo vietato, come si può dire in un Paese come gli Usa dove la sanità si paga ‘ci prenderemo cura di chi si ammala’, come si può contare su pochi rapporti tra anziani, tra genitori e figli nelle cosiddette società latine?

Non si può. Ma questo non toglie che la Svezia potrebbe, nel suo piccolo, avere ragione.