Dalla Chiesa, 30 anni dopo la strage: l’omaggio di Palermo al generale

Pubblicato il 3 settembre 2012 13:15 | Ultimo aggiornamento: 3 settembre 2012 13:17

PALERMO – Cerimonia di commemorazione, a Palermo, nel giorno del trentesimo anniversario della strage in cui persero la vita il prefetto generale Carlo Alberto Dalla Chiesa, la moglie Emanuela Setti Carraro e l’agente Domenico Russo. Corone di alloro sono state deposte in ricordo delle vittime. Nel corso della cerimonia è stato osservato un minuto di silenzio. Successivamente è stata celebrata la Santa Messa all’interno della Caserma “Carlo Alberto dalla Chiesa”, sede del Comando Legione Carabinieri Sicilia. Presente quest’anno, insieme al ministro Annamaria Cancellieri, anche la figlia Rita, che in questi trent’anni si era sempre rifiutata di partecipare. Insieme a lei la figlia Giulia che nell’82 aveva 11 anni.

Al termine della messa, il ministro Cancellieri ha preso la parola: “Il sacrificio del generale Dalla Chiesa non fu inutile e contribuì a radicare in tutti il sentimento di ripulsa per ogni forma di violenza mafiosa”, ha detto. “Con quell’ignobile atto, fu colpito non solo lo Stato, ma l’intera società civile. La mafia uccise un servitore dello Stato che aveva fatto della lotta alla criminalità la sua ragione di vita”, ha aggiunto. “Oggi dobbiamo continuare ad agire insieme attraverso il sostegno della società civile, per costruire una coscienza sociale, attraverso una corretta ed equilibrata gestione della cosa pubblica. Ciascuno dalla propria parte dobbiamo continuare a perseguire la linea tracciata da Dalla Chiesa. Sono prima di tutto i cittadini che devono volere il cambiamento, basandolo su principi come legalità, rispetto delle regole. È una battaglia complessa – ha concluso il ministro – che richiede impegno da parte di tutti. Ma solo così riusciremo a vincerla”.

Il Presidente della Repubblica, Giorgio Napolitano, ha inviato al prefetto di Palermo, Umberto Postiglione, un messaggio: “A trent’anni dal vile agguato al prefetto di Palermo, generale Carlo Alberto Dalla Chiesa, alla moglie Emanuela Setti Carraro e al coraggioso agente di scorta Domenico Russo, crudelmente assassinati dalla mafia, rendo commosso omaggio alla loro memoria, ricordandone l’estremo sacrificio a difesa delle Istituzioni e dei cittadini. Eccezionale servitore dello Stato, di comprovata esperienza operativa e investigativa, in Sicilia e in altre regioni, arricchita dagli straordinari risultati conseguiti nella lotta al terrorismo, il generale dei carabinieri Carlo Alberto Dalla Chiesa fu inviato nuovamente nell’isola, quale prefetto della provincia di Palermo, in una fase particolarmente difficile della lotta alla mafia”.

Il generale Dalla Chiesa venne ucciso a Palermo il 3 settembre 1982 in via Isidoro Carini. Stava uscendo dalla prefettura a bordo di una A112 bianca, guidata dalla moglie Emanuela Setti Carraro, per andare a cenare in un ristorante di Mondello. La vettura era seguita da un’Alfetta guidata dall’agente di scorta Domenico Russo. Alle 21.15 una motocicletta, guidata da un killer che aveva alle sue spalle il mafioso Pino Greco, affiancò l’Alfetta di Russo e Greco lo uccise con un fucile AK-47. Contemporaneamente una BMW 518, guidata da Antonino Madonia e Calogero Ganci, raggiunse la A112 e i killer aprirono violentemente il fuoco contro il parabrezza con un AK-47. Una strage. Subito dopo le due auto e la motocicletta servite per il delitto vennero portate in un luogo isolato e lì date alle fiamme. A distanza di 30 anni sono stati condannati i sicari e i vertici della cupola tra cui Totò Riina, Bernardo Provenzano e Pippo Calò. Ma i lati oscuri restano tanti. Tanto che di “delitto politico”, parla il figlio Nando dalla Chiesa.

“Quell’assassinio, come tutti gli omicidi di mafia – ha scritto il presidente del Senato, Renato Schifani, in un messaggio al Prefetto di Palermo, Umberto Postiglione -, rappresentò un attacco diretto al cuore del nostro Paese, poiché quando una nazione perde i suoi uomini migliori, è come se avesse perso parte delle sue energie vitali”. Il presidente della Camera, Gianfranco Fini, scrive: “Il generale Dalla Chiesa fu ucciso per mano della mafia che ne temeva il coraggio, l’esperienza investigativa, il rigore, l’efficacia di un impegno intenso ed incondizionato, proprio dei grandi servitori dello Stato, a difesa della legalità e della democrazia. La sua altissima testimonianza e la sua grandezza morale devono continuare a costituire un modello per tutti”.