Dopo Charlie Hebdo. Cappellani musulmani sentinelle anti-jihad sul fronte carceri

di Redazione Blitz
Pubblicato il 6 Marzo 2015 7:00 | Ultimo aggiornamento: 5 Marzo 2015 13:40
Francia. Cappellani musulmani nelle carceri: guide spirituali, sentinelle anti-jihad

Francia. Cappellani musulmani nelle carceri: guide spirituali, sentinelle anti-jihad

ROMA – Francia. Cappellani musulmani nelle carceri: guide spirituali, sentinelle anti-jihad. Nelle carceri italiane non esiste nulla del genere, in Francia, faticosamente, il cappellano musulmano sta diventando un punto di riferimento per la popolazione carceraria, oltralpe in maggioranza di religione islamica. In Italia non si raggiunge la quota del 60% sul totale dei detenuti (42mila su 67mila) ma già oggi in molti istituti penitenziari i cattolici non sono più della metà: tuttavia l’amministrazione non fornisce nemmeno un tappetino per le preghiere, figuriamoci un luogo adibito al culto, una mensa halal, una guida spirituale.

I recenti attentati di Parigi a Charlie Hebdo e al supermercato kosher (due dei killer si sono incontrati in prigione) hanno spinto però le autorità francesi a riconoscere il fronte delle carceri, dove si entra giovani figli di emigrati un po’ sbandati e reclusi per aver venduto droga o aver commesso piccoli furti e si esce indottrinati verso un fondamentalismo radicale e intransigente. Sul New York Times Kimiko De Freytas-Tamura dedica uno spazio al delicato ruolo con una bella intervista a un cappellano islamico, finora l’unico (gliene hanno appena affiancati un paio) punto di riferimento (spirituale, pedagogico, affettivo) dei 600 detenuti (su 953) della prigione di Villepinte, periferia parigina.

Salam Hamidi, emigrato dalla Tunisia 30 anni fa, come cappellano, guadagna appena 250 euro al mese. Non se ne lamenta, gli brucia forse di più aver dovuto interrompere gli studi da paramedico a un passo dalla laurea perché non ce la faceva a sostenere le spese. Ha avuto fortuna lavorando, si è sempre dedicato al volontariato. Ma qui, sul fronte carceri, si sente tra l’incudine e il martello (lui dice dio sentirsi come il pezzo di carne sul banco in attesa della mannaia del macellaio): da una parte offre sostegno e conforto spirituale a 600 musulmani, dall’altra deve aiutare l’amministrazione penitenziaria a riconoscere e affrontare qualsiasi segnale di radicalizzazione fondamentalista insorgente.

E’ un compito rilevantissimo che solo da poco le autorità francesi stanno riconoscendo, sfidando pregiudizi da una e dall’altra parte dello spettro ideologico. Dopo Charlie il Governo ha varato un piano per l’assunzione di 2700 posti di lavoro specializzato contro la jihad di casa, analisti dell’intelligence, magistrati esperti di reati legati al terrorismo, personale da impiegare nelle carceri. Ma, nonostante gli ultimi sforzi, sui cappellani gravano la rigidità dello stato laico e, laddove sia superata, la sproporzione insensata tra cappellani cristiani (562) e islamici (182). Il problema di fondo, anche per i giovani a rischio terrorismo, è la mancanza di prospettive.

Certamente hanno commesso crimini, ma consideri un giovane che a 20, 22, 25, 30 anni  sta cercando lavoro ovunque. Non riesce a trovarlo. La povertà lo fa deragliare. Ha mai visto un dottore,  un avvocato, qualcuno che sta bene lasciare tutto e andare a combattere in Siria? Io non penso.

Che i soldi siano un problema anche di sicurezza è il primo a saperlo: a volte il bisogno di denaro che li ha fatti finire dentro  continua a renderli vulnerabili al messaggio fondamentalista. “Prendono una sorta di finanziamento dall’esterno”, ammette Hamidi.