Francia e Spagna come l’Italia, anzi di più. Giugno, non maggio

di Alessandro Camilli
Pubblicato il 29 Aprile 2020 13:25 | Ultimo aggiornamento: 29 Aprile 2020 13:25
Francia e Spagna come l'Italia, anzi di più. Giugno, non maggio

Francia e Spagna come l’Italia, anzi di più. Giugno, non maggio (Foto Ansa)

ROMA – Dopo quattro secoli dal famoso “Franza o Spagna basta che se magna” i nostri due cugini restano uniti, ma in questo caso nell’allungare il calendario della lotta al coronavirus e delle misure restrittive.

Mentre in Italia si storce il naso perché bisognerà aspettare l’inizio di giugno per potersi tagliare i capelli e si cavilla sulla definizione di congiunti e affetti stabili, oltralpe si chiude il campionato di calcio e l’altrettanto importante di rugby e il premier spagnolo annuncia che, bene che andrà, una parvenza di normalità la si avrà da fine giugno.

Il costo del lockdown, economico e sociale, è altissimo. In alcuni casi insostenibile. I numeri del Pil e del debito sono chiaramente visibili e altrettanto chiaramente mostrano i danni economici, meno visibili ma non meno dolorosi i costi sociali: dai bambini che non vanno a scuola e non hanno socialità agli anziani lasciati soli.

Nonostante questo però, come ha detto il premier Giuseppe Conte e come dimostrano le politiche e le scelte di altri Paesi, non si può fare di più. Anzi, c’è chi decide di fare anche meno.

Il governo italiano è stato infatti criticato sulla tempistica annunciata da Conte nell’ultimo messaggio e tradotta nell’ultimo decreto. Testo e messaggio che tra l’altro mettevano in chiaro il punto che da molti sembra ignorato, e cioè che all’aumentare dei contagi torneranno ad inasprirsi le restrizioni, almeno su base locale.

E se in Germania dove si è cominciato a riaprire prima il tasso d’infezione è tornato a crescere, Francia e Spagna hanno scelto, almeno nel caso di Parigi un po’ a sorpresa, di allungare tempi e calendario.

Il presidente francese Macron aveva annunciato la riapertura delle scuole dall’11 giugno, ma se è vero che riapriranno i negozi, parrucchieri compresi, le scuole resteranno per lo più chiuse, eccezion fatta per i più piccoli, senza obbligo di frequenza e solo dove autorizzeranno i prefetti.

Per il resto chiuso, come ha annunciato il premier transalpino, il campionato di calcio e quello di rugby e sospesi tutti gli sport sino a settembre. A rischio quindi anche il Tour de France teoricamente riprogrammato al 29 agosto.

I luoghi di culto potranno aprire ma senza messa o altri eventi che provocano assembramenti fino al 2 giugno.

Chiusi anche il Louvre e gli altri grandi musei, i tanti cinema, i teatri con le imprese invitate a continuare con il
telelavoro laddove possibile o a scaglionare al massimo gli orari di presenza.

Anche il premier spagnolo Pedro Sanchez ha presentato al suo Paese il piano per l’uscita dall’emergenza dell’epidemia del coronavirus, piano che verrà articolato non per date prefissate ma per obbiettivi epidemiologici da raggiungere: numero di contagi, decessi, capacità di isolamento e test dei casi sospetti.

Un’uscita della Spagna dal lockdown che durerà – se tutto andrà come previsto – due mesi in tutto il territorio nazionale e sarà “graduale, asimmetrica e coordinata”.

L’idea di fissare da subito delle date prestabilite per il passaggio di fase in fase non è stata la via scelta da Madrid, che punta su gradualità massima e flessibilità decisionale in mano alle comunità autonome.

Madrid prevede il ritorno a una sorta di “una nuova normalità” entro la fine di giugno, nella migliore delle ipotesi. Il piano prevede infatti quattro fasi della durata minima di quindici giorni ciascuna.