Gesù, che pantaloni! Maria, che vestito! Cristo e la Madonna negli spot si può

di Redazione Blitz
Pubblicato il 30 gennaio 2018 15:17 | Ultimo aggiornamento: 30 gennaio 2018 15:19
Lituania condannata dalla Corte Ue per la multa allo spot con Gesù e Maria

Gesù e Maria nella pubblicità? Corte Ue: si può. E condanna chi multa come la Lituania

ROMA – Gesù, che pantaloni! Maria, che vestito! Si può, si può mettere Gesù e Maria, Cristo e la Madonna e le relativi immagini in uno spot pubblicitario (a condizione ovviamente non sia lo spot e le immagini offensive o blasfeme nei confronti del simboli religiosi). La Corte europea dei diritti umani legittima e difende l’uso di simboli religiosi nelle pubblicità, e condanna la Lituania per aver multato un’azienda che si è servita di Gesù e Maria su poster e internet per vendere vestiti. Secondo i giudici la multa inflitta per aver “offeso la morale pubblica” ha violato il diritto alla libertà d’espressione dell’azienda.

I fatti risalgono al 2012 quando una società lituana che produce vestiti lancia una campagna pubblicitaria utilizzando la foto di un uomo e una donna con l’aureola, lui in jeans e tatuato, lei con un vestito bianco e una collana di perline, accompagnati dalle frasi “Gesù, che pantaloni!”, “Cara Maria, che vestito!” e “Gesù e Maria, cosa indossate!”. Le pubblicità hanno innescato una serie di proteste inviate all’Agenzia nazionale per la difesa dei diritti dei consumatori.

Quest’ultima dopo aver domandato l’opinione dell’organo autoregolamentato degli specialisti di pubblicità e della conferenza episcopale lituane ha concluso che le pubblicità non rispettavano la religione e quindi erano una violazione della morale pubblica e ha imposto all’azienda una multa di 580 euro. Nella sentenza odierna, che diverrà definitiva tra 3 mesi se le parti non faranno appello, i giudici affermano che le autorità nazionali hanno un ampio margine di manovra su questioni simili in particolare in casi che riguardano un uso commerciale dei simboli religiosi.

Tuttavia i togati evidenziano che le pubblicità in questione “non sembrano essere gratuitamente offensive o profane” e “non incitano all’odio”, e che quindi le autorità sono tenute a fornire ragioni rilevanti e sufficienti sul perché nonostante questo sarebbero contrarie alla morale pubblica. Invece in questo caso le ragioni date dalle autorità “sono vaghe e non spiegano con sufficiente esattezza perché il riferimento nelle pubblicità a simboli religiosi era offensivo”.

In particolare, la Corte critica le autorità per aver giudicato che le pubblicità “promuovevano uno stile di vita incompatibile con i principi di una persona religiosa” senza spiegare quale fosse lo stile di vita incoraggiato e come le foto e le didascalie in questione lo stessero favorendo. I giudici sono anche critici sul fatto che il solo gruppo religioso consultato per giudicare del caso sia stato quello cattolico.

Sembra passata un’era geologica da quando, nei primi anni ’70, i Jesus jeans menavano scandalo con i manifesti di Oliviero Toscani ((“Chi mi ama mi segua”, o “Non avrai altro jeans all’infuori di me”, ammiccavano due natiche in bella mostra strizzate nel denim reclamizzato) e di cui, lucidamente, Pasolini segnalava sul Corriere della Sera il valore rivoluzionario dello slogan. Che conteneva una espressività sì stereotipata (dunque all’opposto dell’espressione) ma anche lo scacco matto alle pretese normative della Chiesa.

Di questi mesi invece è la pubblicità in Italia che sponsorizza “idealista”, sito online per le ricerche immobiliari: in questo caso un Giuseppe e Maria con figlio a carico, normalissimi, ma vestiti come nel presepe, cercano casa. Nulla di meno scandaloso.

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