Hassan Alì voleva punire Charlie Hebdo per le vignette su Maometto. Ma ha sbagliato indirizzo

di Redazione Blitz
Pubblicato il 27 Settembre 2020 12:39 | Ultimo aggiornamento: 27 Settembre 2020 12:39
Hassan Alì, il 18enne pachistano, voleva punire Charlie Hebdo per le vignette su Maometto. Ma ha sbagliato indirizzo

Hassan Alì voleva punire Charlie Hebdo per le vignette su Maometto. Ma ha sbagliato indirizzo (Foto d’archivio Ansa)

Hassan Alì voleva punire Charlie Hebdo per le vignette contro Maometto. Ma ha sbagliato indirizzo.

Hassan Alì pensava fossero due giornalisti di Charlie Hebdo. Il giorno dopo, l’autore dell’attentato alla ex redazione del giornale satirico parigino, racconta la sua verità. Hassan Alì – questo sarebbe il nome completo del pachistano – ha spiegato che quelle caricature del profeta erano per lui “insopportabili”.

“Ero furioso”, avrebbe aggiunto, secondo quanto filtrato dagli interrogatori. Mentre Youssef, l’algerino di 33 anni che era stato fermato 10 minuti dopo di lui, è stato invece rilasciato. Non soltanto non c’entrava niente, ma anzi aveva tentato di fermare il pachistano. “Volevo fare l’eroe”, ha raccontato.

Hassan Alì, l’attentatore di Charlie Hebdo ha davvero 18 anni?

Gli inquirenti continuano a scavare sul presente ma anche sul passato di Hassan Alì. Il ragazzo continua a sostenere di avere 18 anni anche se ne dimostra parecchi di più. Era stata questa l’impressione anche dei servizi sociali che lo avevano accolto nel 2018, quando era arrivato, minorenne isolato, in Francia.

Ma le indagini non hanno mai appurato realtà diverse da quelle raccontate da Alì. Che nelle descrizioni dei vicini di casa era “gentile”, aiutava tutti e non aveva mai dato finora a nessuno l’impressione di una qualsiasi propensione per l’islam radicale.

Agli inquirenti, secondo quanto si apprende, ha dato invece l’idea di una persona influenzata dai social, forse dall’appello di al-Qaida a tornare a colpire Charlie Hebdo, colpevole di aver ripubblicato 20 giorni fa le vignette con le caricature di Maometto in occasione dell’apertura del maxiprocesso per la strage in redazione del gennaio 2015.

La casa nella periferia di Parigi

Alì abita nella Val d’Oise, periferia a nord di Parigi, uno dei primi focolai del Covid-19 a marzo. Nel suo appartamento, assegnato dai servizi sociali, ospitava amici, il fratello minore, parecchia gente. Dormivano lì, su materassi e anche letti a castello. Sono stati fermati in 8, tutti transitati da casa di Alì, tutti pachistani.

Le ricerche su internet dell’indirizzo esatto

Il giovane, secondo quanto trapelato, potrebbe aver cliccato su qualche sito per cercare l’indirizzo di Charlie Hebdo. Alcune pagine web non aggiornate forniscono ancora quello di rue Nicolas Appert, che la redazione del giornale ha abbandonato dopo la strage per trasferirsi in una specie di bunker guardato a vista da decine e decine di poliziotti.

E soprattutto, sconosciuto. Ma Alì non se n’è accorto neppure durante la perlustrazione che ha raccontato di aver compiuto nei giorni precedenti l’attentato. Era incerto se attaccare con la mannaia o agire con la bottiglia di alcol che si portava nello zaino per provocare un incendio.

Le telecamere video lo hanno immortalato mentre passeggiava su e giù davanti al portone della ex redazione di Charlie, passando anche davanti alle sue vittime che stavano fumando una sigaretta. All’improvviso, ha tirato fuori la mannaia e si è scagliato prima contro l’uomo, poi contro la donna.

Youssef, l’algerino che voleva fare l’eroe

A quel punto è entrato in scena Youssef, l’algerino che lo osservava, aveva capito cosa stava accadendo e aveva udito le grida delle vittime: “Vedo uno che corre verso la fermata della metropolitana e parto per inseguirlo – ha raccontato a Le Monde dopo essere stato rilasciato – cerco di raggiungerlo ma lo vedo sul marciapiede opposto al passaggio dei treni. Gli grido come avrebbe fatto un poliziotto, fermati. Lui mi risponde, ma non in francese. Arriva la polizia, io spiego ma loro non mi credono e mi ammanettano. Volevo fare l’eroe, mi sono ritrovato in cella”. (Fonte: Ansa)