India, omosessualità torna illegale. Corte Suprema annulla la depenalizzazione

di redazione Blitz
Pubblicato il 11 Dicembre 2013 9:36 | Ultimo aggiornamento: 11 Dicembre 2013 11:03
India, omosessualità torna illegale. Corte Suprema annulla la depenalizzazione

Manifestazione della comunità Lgtb in India (Foto Lapresse)

NEW DELHI – L’omosessualità torna illegale in India. Il tribunale di Delhi nel 2009 aveva provato ad abolire il reato di non eterosessualità, ma adesso la Corte Suprema indiana ha annullato la sentenza, ripristinando il divieto introdotto durante il dominio coloniale britannico.

A portare alla marcia indietro di Delhi sono state le molte petizioni di associazioni religiose indù, musulmane e cristiane, secondo cui le relazioni tra persone dello stesso sesso, anche se adulte e consenzienti, sono “contro natura”, e quindi vanno vietate, ma anche il ricorso di un politico del centro-destra del Bharatya Janata Party (Bjp), il partito dell’opposizione che di recente ha vinto le elezioni amministrative in quattro stati, tra cui a New Delhi, sconfiggendo il partito laico del Congresso. 

La sentenza era attesa dal marzo del 2012 quando la Corte Suprema si era riservata il giudizio. Per circa un mese i giudici hanno ascoltato quotidianamente le ragioni dei gruppi a favore e contro l’abolizione della legge anti gay.

Il governo indiano si era dichiarato favorevole alla legalizzazione dell’omosessualità ricordando come il Paese, prima della dominazione britannica, era molto più tollerante verso le relazioni tra individui dello stesso sesso.    

Il 2 luglio 2009, con una decisione definita ”storica” dalla comunità omossessuale, l’Alta Corte di New Delhi aveva depenalizzato l’articolo 377 del Codice penale indiano stabilendo che il sesso in un luogo privato tra due adulti omosessuali consenzienti non costituiva reato. La legge prevedeva l‘ergastolo come massima punizione.

La decisione della Corte Suprema è stata criticata, tra gli altri, dalla organizzazione non governativa Human Rights Watch (Hrw), secondo cui

“la sentenza della Corte Suprema è una deludente battuta d’arresto per la difesa della dignità umana, e per i diritti fondamentali alla privacy e alla non discriminazione”.