Ingvar Kamprad, fondatore di Ikea: un passato fascista, un presente anti tasse

di redazione Blitz
Pubblicato il 30 gennaio 2018 7:35 | Ultimo aggiornamento: 29 gennaio 2018 20:51
Gli oscuri segreti di Ingvar Kamprad: ex fascista, alcolista ed evasore

Ingvar Kamprad, fondatore di Ikea: un passato fascista, un presente anti tasse

STOCCOLMA – Nel passato di Ingvar Kamprad, il fondatore di Ikea, uno degli uomini più ricchi del mondo morto a 91 anni, c’è una nube oscura, legata alla sua debolezza con l’alcol e, peggio, al suo passato di fascista e nazista. Più di recente, alla sua idiosincrasia per le tasse, che infrange un po’ il mito tutto italiano del bravo svedese che fa la fila con gioia per pagare le tasse, quasi feroci come quelle italiane (in cambio però, a fronte di servizi che gli italiani manco sognano). Recentemente è stata avviata una inchiesta a livello europeo sulla struttura fiscale di Ikea.

Kamprad aderì al partito fascista svedese nel 1943. A quel tempo fondò Ikea, una delle più geniali idee di marketing del mondo. Nella neutrale Svezia, durante la guerra, partecipava e collaborava ai raduni di partito. Ancora nel 1950 scriveva a Per Engdahl, capo del partito, di essere orgoglioso della sua adesione. Nel 2012 è emerso che Ikea, tra il 1960 e il 1990, aveva utilizzato prigionieri politici nell’ex Germania dell’Est per lavoro forzato.

Per 40 anni ha vissuto quasi sempre fuori dalla Svezia, per non pagare le tasse. Quanto all’alcol, riferisce il Daily Mail, pretendeva di controllarlo astenendosi tre volte all’anno, su ordine del medico, e bevendo pesantemente per tutto il resto del tempo. Nel 1994, la risposta pubblica dell’imprenditore alle rivelazioni del giornale di Stoccolma Expressen fu veloce e umile. Scrisse una lettera agli impiegati di Ikea, in cui definiva l’adesione all’organizzazione “il più grande errore della mia vita”, “il fiasco più grande”, “una parte di vita che rimpiango amaramente”.

Nonostante questa iniziativa la macchia nazista fu difficile da rimuovere. Nel 2011, Elisabeth Asbrink in un libro suggeriva che i legami erano stati più profondi, Kamprad fungeva da reclutatore, raccoglieva fondi e l’intelligence svedese su di lui aveva persino aperto un dossier.

Ingvar Feodor Kamprad era nato a Pjatteryd, in Svezia, il 30 marzo 1926, figlio di modesti agricoltori. Era dislessico ma insolitamente brillante e, all’età di cinque anni, era già un magnate in erba, vendeva scatole di fiammiferi, cartoline natalizie, penne e bacche che raccoglieva nelle foreste.
Ha fondato Ikea, nome che racchiude le sue iniziali, più quella della sua fattoria Elmtaryd e del villaggio Agunnaryd, quando aveva 17 anni.

Nel 1953, aveva uno showroom, ma nel 1956, quando vide i fattorini che rimuovevano le gambe di un tavolo per trasportarlo più facilmente, ebbe l’idea che cambiò tutto. Ikea è decollata come un razzo. Il primo matrimonio, con Kerstin Wadling, naufragò invece dopo dieci anni e, nel 1963, sposò Margaretha Sennert, con la quale ebbe tre figli, Peter, Jonas e Mathias.

Negli anni Sessanta in tutta la Scandinavia c’erano punti vendita Ikea. Quando i concorrenti cercarono di organizzare un boicottaggio dei fornitori, si trasferì in Polonia per i materiali e i produttori e tagliò ulteriormente i costi. A quel punto la rivoluzione Ikea fu inarrestabile. Il primo Ikea negli USA, vicino a Philadelphia, è stato aperto nel 1986. Un anno dopo è arrivato il primo negozio britannico, a Warrington (entro la fine del 2018, nel Regno Unito ci saranno 22 punti vendita), poi seguirono Russia e Cina.

Attualmente l’azienda ha entrate per più di 33 miliardi di dollari da 412 negozi in 49 Paesi. Ma se i mobili Ikea sono semplici da assemblare, gran parte della vita di Kamprad era abbastanza complessa.

Estremamente ambizioso, maniaco del controllo con una visione ideologica che andava oltre i mobili e le polpette a basso prezzo. Il suo manifesto del 1976, The Furniture Dealer’s Testament, noto come “Bibbia Ikea”, afferma “Non abbiamo bisogno di macchine eleganti, titoli eleganti, uniformi su misura o altri status symbol. Ci affidiamo alle nostre forze e alla nostra volontà”.

I dipendenti venivano chiamati “Ikeans” e i negozi venivano gestiti secondo l'”Ikea Way”, che includeva “rinnovamento, parsimonia, responsabilità, umiltà verso i compiti e semplicità”. L’austerità di Kamprad non era tuttavia come sembrava all’apparenza. Aveva avuto una vecchia Volvo ma taciuto sulla Porsche top di gamma.

Oltre al bungalow, le case “modeste”, tutte apparentemente arredate con mobili Ikea che aveva assemblato lui stesso, comprendevano una villa con vista sul Lago di Ginevra, una tenuta in Svezia e vasti vigneti in Provenza.

Ogni anno tornava puntualmente ad Agunnaryd dove abbracciava gli abitanti del villaggio, comprava generi alimentari e si recava alla fattoria dove era nato ma ha trascorso più di 40 anni come esiliato fiscale, prima in Danimarca, poi in Svizzera: è tornato soltanto quando, nel 2011, è morta Margaretha.

Recentemente, la complessa struttura aziendale di Ikea, è ancora proprietà di una fondazione di trust familiare nel Liechtenstein, ha suscitato polemiche e la Commissione europea lo scorso anno ha dichiarato di aver avviato un’indagine sull’assetto fiscale dell’azienda.

Quando sono emersi i collegamenti di Kamprad con il fascismo e il nazismo, i gruppi di religione ebraica avevano sollecitato un boicottaggio mentre gli svedesi, e tutti coloro che hanno un debole per i mobili scandinavi a buon mercato, sembra l’abbiano perdonato e nulla ha scalfito la sua popolarità o il successo dell’azienda.

Nel 1982, Kamprad trasferì il suo interesse per Ikea a una fondazione di beneficenza con sede in Olanda. Si è ritirato in Svizzera, ma fino al 2013 non si è dimesso dal consiglio di amministrazione. Sono i tre figli a mantenere alto il nome dell’azienda.

Kamprad era presente quando, nel 2008, fu eretta una statua nella città natale svedese ma rifiutò di tagliare il nastro. Lo slegò invece con cura, lo piegò ordinatamente e lo porse al sindaco dicendo che avrebbe potuto usarlo nuovamente.