La Mafia si siede a tavola: il caso del ristorante spagnolo arriva in Parlamento

di redazione Blitz
Pubblicato il 19 febbraio 2015 15:33 | Ultimo aggiornamento: 19 febbraio 2015 15:33
La Mafia si siede a tavola: il caso del ristorante spagnolo arriva in Parlamento

La Mafia si siede a tavola: il caso del ristorante spagnolo arriva in Parlamento

ROMA –  “La mafia se sienta a la mesa” (tradotto: la mafia si siede a tavola). Così si chiama una nota catena di ristoranti che rischia di scatenare un caso diplomatico tra Italia e Spagna. La vicenda è arrivata pure in Parlamento: a segnalarla è stato Claudio Fava, ex Sel ora passato al Gruppo Misto e figlio del giornalista Pippo, ucciso da Cosa nostra nel 1984. Ha chiesto al governo di fare pressioni sulle autorità iberiche per far chiudere il ristorante o per lo meno costringerlo a cambiare nome.

Nulla da fare. Il termine mafia non rimanda necessariamente all’Italia, indica genericamente un’organizzazione criminale e compare in vari marchi registrati in Spagna e nell’Unione europea. Perciò, risponde il sottosegretario agli Esteri Benedetto Della Vedova, le richieste del governo italiano per ora non hanno sortito alcun effetto. Il caso, ha spiegato Della Vedova,

“è noto a questo ministero che, anche per il tramite dell’ambasciata d’Italia a Madrid, ha provveduto più volte e con modalità diverse a sensibilizzare le diverse competenti autorità spagnole al fine di ottenere quantomeno una modifica del nome della catena dei ristoranti per l’evidente effetto denigratorio che l’attuale denominazione produce sull’immagine dell’Italia”.

Più volte è stato chiesto al ministero dell’Industria spagnolo di revocare l’autorizzazione all’utilizzo della parola “mafia” nella ragione sociale della catena. Ma la risposta è sempre la stessa: picche. Questo perché, secondo le autorità spagnole, quel termine terrificante è ormai talmente diffuso nel mondo e nel linguaggio comune che non può più essere considerato un riferimento automatico ed esclusivo all’organizzazione criminale siciliana, ma può richiamare un qualsiasi gruppo malavitoso che operi con modalità simili.

Perciò, sottolineano sempre al di là dei Pirenei, non è censurabile perché

“non viola la normativa spagnola sui marchi. E in assenza di una normativa internazionale che disciplini la fattispecie, risultano altri marchi contenenti il termine mafia registrati non solo presso l’Ufficio marchi e brevetti spagnolo, ma anche presso l’Ufficio per l’armonizzazione nel mercato interno dell’Unione europea”.

In ogni caso il governo italiano non intende arrendersi, visto che, assicura Della Vedova,

“un ulteriore, mirato intervento di sensibilizzazione è stato da ultimo effettuato nei confronti dell’ambasciata spagnola in Italia, al fine di rappresentare il vivo disappunto del nostro governo per la denigrazione dell’immagine dell’Italia che scaturisce dall’attività commerciale della catena di ristoranti e per sollecitare l’adozione di misure idonee a rimuovere tale pregiudizio.

Si proseguirà – conclude – ad approfondire le possibilità di interventi di sensibilizzazione a livello bilaterale ed europeo, che mettano in risalto i profili di ordine pubblico e di collaborazione internazionale contro la criminalità organizzata”.

E’ come se a Roma o a Firenze aprisse un ristorante che inneggia all’Eta, protesta Fava. Ma nel frattempo, almeno per il momento, la famigerata catena continua a macinare soldi sulla memoria calpestata dei vari Falcone e Borsellino. Quando la mafia si siede a tavola, si legge nella didascalia della pubblicità sulla guida turistica di Valencia, “il risultato è una cucina italiana curata: fotografie di mafiosi, pizza e pasta di tutti i colori e in tutte le salse”.  Il solito vecchio cliché: Mafia, pizza e mandolino “alla carta 20 euro”.