Migranti sopravvissuti Lampedusa: “Non ne valeva la pena”

di Redazione Blitz
Pubblicato il 8 Settembre 2015 11:30 | Ultimo aggiornamento: 8 Settembre 2015 11:31
Migranti sopravvissuti Lampedusa: gratitudine e disillusione

Migranti sopravvissuti Lampedusa: gratitudine e disillusione

ROMA – Ne valeva la pena? Valeva la pena cioè di lasciare casa e affetti, attraversare il deserto e una traversata su una carretta del mare per ritrovarsi alla fine in un paese straniero che non ti capisce, che non capisci, nell’attesa di un lavoro purchessia? Natanael Haile, 28 anni, rifugiato eritreo in Svezia, scampato con altri suoi 150 “fortunati” compagni di sventura al naufragio dell’ottobre 2013 a Lampedusa, dice che no, non ne  valeva la pena.

In quel mare galleggiavano 350 cadaveri. Nel deserto libico è stato rapito due volte, la sua famiglia ha dovuto pagare 20mila dollari. Giunto in Italia ha dovuto sostare nel capo profughi premunendosi di far sparire le tracce della sua nazionalità bruciandosi le impronte digitali per poter arrivare alla meta finale, la Svezia.

Dei 150 naufraghi solo una donna ricoverata d’urgenza per aver salva la vita, è rimasta in Italia come impone Dublino, non fece in tempo a bruciarsi i polpastrelli, magari passandoli su una busta di plastica lasciata squagliare al calore di un accendino.

Ma di tutto questo i suoi connazionali in Eritrea non vogliono sentir parlare. Del resto neanche lui prima di affrontare l’avventuroso viaggio ascoltava chi lo aveva preceduto. Sul New York Times Andrew Higgins ha raccolto la lucida testimonianza, che oscilla tra gratitudine e delusione. “Ho attraversato l’Inferno, se devo dire che tutto questo sia stato utile, non posso dire di sì”. Ma un ritorno in patria è fuori discussione.

Il problema è di chi deve ancora partire, l’incognita non è più se partiranno ma solo quando. Natanael non riuscirà a scoraggiarne nessuno, quando accenna all’inferno vissuto gli chiedono della sua auto usata, dei benefit concessi dal governo, del lavoro di saldatore promesso dopo i due anni di corso di svedese. La lotta di sopravvivenza che l’ha portato in una estranea, pallida landa straniera non può confrontarsi con l’orrore della minaccia di morte e persecuzione in paesi come Siria, Afghanistan, Eritrea.

“Almeno qui non saremo più schiavi e avere una piccola speranza per il futuro”, risponde sommessamente Fanus Agby, nemmeno vent’anni, anche lei sopravvissuta a Lampedusa che spera di diventare presto infermiera in Svezia.