Natascha Kampusch e il suo aguzzino, in un libro-verità rivive quei 3096 giorni

Pubblicato il 2 Maggio 2011 13:38 | Ultimo aggiornamento: 2 Maggio 2011 13:39

Natascha Kampusch

ROMA – La domanda che più la mette in difficoltà riguarda la ritrovata normalità, dopo 8 anni trascorsi nel buio di uno scantinato. Qual è la normalità per Natascha Kampusch? Come può riuscire a descriverla se non è certa di averne una? La ragazza, oggi 23enne, torna a parlare della sua prigionia che tanto scalpore destò nel mondo. Esce in Italia il suo libro, “3096 giorni”, edizioni Bompiani. Chiusa dal suo aguzzino in una stanzetta-bunker per anni, trovò finalmente il modo di fuggire. E tutti si accorsero che non è morta, non si era volatilizata.

La bambina di 10 anni rapita nel 1998, nel 2006 era diventata una donna. Cresciuta con un folle, Wolfgang Priklopil, che si suicidò quando la vittima trovò il modo di tornare a casa. “Lui regolava la mia veglia spegnendo o accendendo la luce, decideva se privarmi del cibo o farmi mangiare, mi imponeva periodi di digiuno forzato, decideva le razioni di cibo, fissava la temperatura nella stanza. Decideva lui se avevo caldo o freddo. Mi ha tolto ogni controllo sul mio corpo, mi picchiava in continuazione”. Lui decideva tutto, e adesso com’è la vita con la ritrovata libertà? Non stupisce che Natascha non sappia ancora gestirla questa benedetta vita “normale”: “Strano. Prima della prigionia, del mio corpo era responsabile mia mamma, dopo se n’è occupato il mio rapitore. Adesso sono io che devo pensare a me stessa, e non mi è facile stabilire se e quanto devo mangiare o capire come vestirmi. All’epoca della prigionia ho acceso un mutuo che adesso sto progressivamente pagando. Oggi, se faccio una dieta, il mio corpo si ricorda del digiuno e sviene. Lei avrà notato che sono ingrassata parecchio dalle prime interviste, ma le diete non fanno per me”.

Difficile ancora fare i conti con i genitori: “Strano, mio padre è così immaturo, bloccato in uno stadio evolutivo che non corrisponde al mio. Dunque, non abbiamo niente da dirci. Non è mio compito affrontare il suo mancato sviluppo. Ma tutti e due i miei genitori, quando sono nata, non erano pronti ad assumersi la responsabilità di una figlia, e spesso da piccola avevo la sensazione di dovermela assumere io, una responsabilità, nei loro confronti. Questo adesso non è più possibile, devo pensare a me stessa e al mio futuro”.

Una parte della sua vicenda resterà tabù però, ed è quello che tutti i curiosi e i giornalisti hanno cercato di sapere da lei. Il suo rapitore la violentava? Lei parla di “piccoli abusi sessuali”, ma una violenza vera e proprio, un’abitudine alla violenza, non la vuole raccontare.