La Polonia ha sempre lottato per la libertà

di Jacek Palkiewicz
Pubblicato il 14 Novembre 2019 6:54 | Ultimo aggiornamento: 13 Novembre 2019 23:07
La Polonia ha sempre lottato per la libertà

Jacek Palkiewicz

ROMA – Al convegno “Cento anni delle relazioni diplomatiche italo-polacche”, svoltosi a Roma il 12 novembre, è intervenuto il noto giornalista- esploratore italo-polacco Jacek Palkiewicz. Ha conquistato popolarità mondiale nel 1975, attraversando l’Oceano Atlantico in solitario, su di una scialuppa di salvataggio. 23 anni fa ha scoperto le vere sorgenti del Rio delle Amazzoni. Ha insegnato ai cosmonauti come sopravvivere in ambienti estremamente difficili e inospitali e ha condotto simili addestramenti per reparti europei di antiterrorismo. Autore di oltre 30 libri, ha pubblicato i suoi reportages sulle più importanti testate europee, per molti anni sul “Sette” del “Corriere della Sera”.

Ecco la sua visione che riguarda “Le tracce polacche in Italia”.

Sono riconoscente all’Italia, perché diversi anni fa mi ha offerto la sua ospitalità permettendomi di iniziare la carriera di esploratore, ciò che a quei tempi era impossibile in Polonia. E così, da sempre porto in giro nei luoghi più remoti del mondo, le due bandiere: l’italiana e la polacca. L’ambasciatore d’Italia a Varsavia Riccardo Guariglia, conferendomi l’onorificenza di Ufficiale dell’Ordine al Merito della Repubblica Italiana, ha detto: “Egli rappresenta un simbolo di integrazione italo-polacca nel campo geografico e scientifico”.

Decenni di soggiorno in Italia mi hanno consentito di conoscere bene la mia nuova casa madre. In mezzo secolo di lavoro da giornalista-esploratore a tutte le latitudini, ho conosciuto culture di nazioni altamente civilizzate, come pure il patrimonio culturale di tribù indigene, da cui ho imparato molto. Questo mi permette di valutare con più obiettività i rapporti tra popoli.

Questo eccezionale anniversario del Centenario di relazioni diplomatiche italo-polacche, è un’ottima occasione per ricordare il clima di amicizia, fiducia e affetto reciproco, che lega da secoli i due popoli. A proposito di questo, il grande scrittore polacco Henryk Sienkiewicz, autore di “Quo Vadis” e studioso della storia dell’antica Roma,  disse: “l’uomo ha due patrie: la prima è la sua e l’altra l’Italia”.

Sappiamo bene che la Polonia non confina con l’Italia, ma in passato la vicinanza geografica tra i due paesi, era evidente, visto che parti di loro appartenevano all’impero Austro-Ungarico. 

Bisogna sottolineare, che i contatti tra i due paesi sono secolari. Tutto risale alla fine del X secolo, durante la nascita dello stato polacco, quando il principe Mieszko I affidò se’ stesso e l’intero stato, alla protezione del regnante Papa Giovanni XV. Inizialmente i contatti furono di natura religiosa, con una nutrita presenza del clero, come pure di emissari e membri della casa reale presso la corte papale. La presenza di alti personaggi nell’orbita papale aumentò l’importanza dell’allora neonato stato polacco.

Oltre ai legami religiosi che univano i due paesi, emergevano anche gli aspetti culturali. I viaggi verso le università italiane hanno reso possibile la conoscenza diretta di un popolo latino e assorbirne in parte, la cultura. Già dal XII secolo si registra la presenza di alcuni studenti polacchi, tra cui Wincenty Kadlubek, ritenuto l’autore del primo libro in lingua polacca, sarebbe storia della Polonia dalle origini al 1202, e di Iwo Odrowaz, futuro vescovo di Cracovia. Polo di attrazione culturale fu l’università di Padova. Dal paese sulla Vistola giunsero migliaia di studenti. La città divenne centro della cultura mondiale con vita sociale di alto livello. Una nota storica rivela, che i giovani  prendevano lezioni private dai più eminenti professori, persino da Galileo Galilei. Avevano non soltanto insegnanti di lingua, ma anche istruttori di scherma e farmacisti e chirurghi privati.

Alcuni di essi ottennero incarichi di professore, consulente e persino di rettore universitario. Come, per esempio, l’arcidiacono di Cracovia Mikolaj Polak, poi Wawrzyniec – figlio di Mikolaj Baron, o Fryderyk Polak. Le loro effigi appaiono sugli stemmi dando lustro all’istituzione accademica. A Padova, sono presenti i due busti di polacchi, che studiarono qui. Uno è l’astronomo Mikolaj Kopernik, l’altro Jan Zamoyski, uno dei più abili politici del tempo. I polacchi hanno studiato anche all’Università La Sapienza di Roma. Esistono documenti che dimostrano il primo dottorato in legge, ottenuto nel 1557 da Mikolaj Pasbek. Alla fine del XVIII secolo 259 polacchi avevano completato il dottorato presso l’università romana.

Nel tardo Medioevo e nelle epoche successive, questi contatti fiorirono a molti livelli, dallo scientifico all’economico, dal politico al religioso e anche culturale. Nel Rinascimento e nell’Illuminismo, crebbe l’importanza di Roma come luogo in cui si acquisiva un’adeguata istruzione e si apprendeva anche l’etichetta. Nobiltà polacca e delle famiglie facoltose venivano in Italia sempre più spesso per apprezzare le opere d’arte, per studiare e conoscere la culla della cultura cristiana.

Nel 1795 la Polonia, che ancora fino poco tempo prima era uno degli stati più vasti d’Europa, dopo mille anni di storia, fu smembrata dalle potenze europee: Russia, Austria e Prussia e sparì totalmente dalla mappa geografica. Privi di patria i polacchi cercarono rifugio in altri paesi europei. Molti trovarono riparo in Italia, grazie ai legami che li univa da sempre.

A partire dall’800 furono soprattutto gli ideali comuni di libertà e fratellanza d’armi ad avvicinare i due popoli uniti nelle lotte di liberazione nazionale dal dominio delle grandi potenze straniere, e a dare nuova linfa alle relazioni reciproche.

Nella causa polacca furono coinvolti grandi personaggi italiani: Giuseppe Mazzini, Camillo Cavour, Giuseppe Garibaldi e il re Vittorio Emanuele II. Grazie al loro interessamento, in questo periodo venne effettuato il reclutamento a Torino, Milano, Genova, Pisa e Roma, di volontari nella lotta per l’indipendenza della Polonia.

Da quel momento anche i polacchi accompagnarono gli italiani nelle eroiche lotte risorgimentali combattute in nome dell’indipendenza nazionale. A Genova nacque la scuola militare polacca, che preparò qualche centinaio di ufficiali. Sorsero le Legioni del generale Henryk Dabrowski, che combatterono al fianco di Napoleone Bonaparte. Il poeta Adam Mickiewicz, massimo esponente del romanticismo polacco, fondò  nel 1848 a  Roma la Legione che portò il suo nome. Un’unità di 200 soldati prese parte a diverse battaglie in Lombardia, a Genova, e si distinse particolarmente difendendo con orgoglio Roma dalle forze franco-austriache.

Le due nazioni combattendo insieme, hanno dato inizio  ad un vero legame politico. La comunanza del destino storico dei due paesi e della fratellanza d’armi e solidarietà, ha segnato addirittura i due rispettivi inni nazionali.

Infatti, la Mazurka di Dabrowski, scritta a Reggio Emilia nel 1797, più tardi divenne l’attuale inno nazionale polacco. Le truppe polacche unite a Napoleone nella Campagna d’Italia, spingevano il loro generale a guidarli “dalla terra italiana alla Polonia”, un verso che appartiene proprio al ritornello dell’inno polacco. In quello di Mameli, invece, si parla di “sangue d’Italia e sangue polacco”. Questo é l’unico caso al mondo in cui i paesi si citano reciprocamente nei rispettivi inni nazionali. In quello polacco trova espressione la fede nella rinascita della patria grazie all’impegno dei suoi figli che combattevano per gli ideali repubblicani italiani e che di conseguenza avrebbero raggiunto e liberato la propria patria. Cantavano: “La Polonia non è ancor morta, finché noi viviamo. Ciò̀ che ci tolse la violenza straniera, riprenderemo con la sciabola”.

Il coinvolgimento delle due nazioni nella lotta di liberazione in entrambi i paesi, era piuttosto saldo. Nel 1863 un drappello di volontari garibaldini bergamaschi, con a capo il colonello Francesco Nullo, decise di prender parte all’insurrezione polacca. Morì nella battaglia di Krzykawka, non lontano da Cracovia. “Gli italiani non devono alla Polonia un dono, ma il pagamento del debito santo della fratellanza e dell’amore”, parole di Francesco Nullo che sintetizzano lo spirito che li spinse a recarsi a combattere in Polonia.

Cito anche le parole di Garibaldi indirizzate ai volontari polacchi a Torino: “Considero la causa polacca come la causa del mio paese e quindi i polacchi come nostri Fratelli”.   

Nel Novecento venivano in Italia non solo pellegrini, eruditi, scienziati sulle tracce della cultura classica, ma anche numerosi scrittori, poeti, intellettuali, in cerca di ispirazioni.

Aggredita, sottoposta a tentativi di cancellazione dell’identità nazionale, cancellata per 123 anni da tre spartizioni, la Polonia indomita e puntualmente rinata dalle sue ceneri, riacquistò 101 anni fa l’indipendenza tornando nel cuore del vecchio continente come Stato nazionale. E fu il governo italiano, uno dei primi a riconoscere nel febbraio del 1919, il rinato stato.

Il legame con l’Italia si intensificò durante la seconda guerra mondiale. Il 2° Corpo d’armata polacco, sotto il comando del generale Wladysław Anders, padre dell’attuale ambasciatrice della Polonia in Italia – Anna Maria Anders, dopo un’accanita, eroica battaglia, dopo tre tentativi falliti da parte delle truppe anglo-francesi, conquistò il 18 maggio del 1944 Montecassino. Cosi si aprì l’unico agevole accesso alle colonne di uomini e mezzi alleati in avanzata verso la capitale. La battaglia di Montecassino coprì effettivamente di gloria e di vanto il nome del 2° Corpo polacco tra gli eserciti alleati, ma il conto delle perdite di quei giorni fu altrettanto oneroso: 924 morti, 2930 feriti e 94 dispersi. Undici mesi dopo, ancora una volta, gli uomini di Anders rivestirono un ruolo fondamentale nel successo delle operazioni, entrando per primi in Bologna.    

Finita la guerra, nonostante i contrasti politici, 2.300 ex soldati si stabilirono definitivamente in Italia dopo aver messo su famiglia. Tra questi anche Gustaw Herling, uno dei più grandi scrittori polacchi del 20° secolo, autore di “Un mondo a parte”, un capolavoro indiscusso sull’esperienza vissuta dall’autore in un Gulag staliniano. In quel periodo numerosi soldati polacchi frequentarono scuole superiori, e – secondo gli archivi – nel solo ateneo bolognese furono 104 i laureati.

In seguito ci sono state in Italia ondate di immigrati politici. Nel 1968  è sbarcato un certo numero di ebrei polacchi. Dopo la caduta della cortina di ferro, nel 1980-81 si stabilì in Italia un’ondata di manodopera a basso costo. L’avvento di Solidarnosc e i relativi eventi che ebbero luogo in Polonia in quegli anni, furono seguiti con trepidazione in Italia. Si parlava molto di cantieri di Danzica, di movimento anticomunista di massa, del Nobel a Lech Walesa. Si proiettavano film di Andrzej Wajda e Krzysztof Zanussi, si tifava per “Zibì” Boniek. Da allora, c’è stato un costante flusso di cittadini polacchi in Italia, che oggi conta 120.000.

Si osserva che l’integrazione degli immigrati dalla Polonia – in molti casi hanno trovato qui la loro seconda patria – sta diventando più veloce e più completa e ovviamente non ha niente in comune con tsunami degli islamici che sbarcano illegalmente in Italia. Bisogna anche dire che il loro maggiore status sociale, ha avuto un impatto positivo sulla percezione degli immigrati polacchi da parte degli italiani. 

Nel 1989, sotto le spallate di Solidarnosc, il muro di Berlino andrà in frantumi e il mondo cambierà nuovamente, restituendo la Polonia all’Europa con l’ingresso nell’Ue del 2004.

Gli italiani considerano la Polonia come una nazione a loro vicina, altrettanto ospitale e socievole. Si dice che i polacchi hanno qualcosa d’Europa centrale e qualcosa di mediterraneo. Lavorano solidamente, e a differenza dei tedeschi o scandinavi, sanno anche divertirsi.

Concludiamo con la figura di Giovanni Paolo II, il Papa più amato da tutti, un vero catalizzatore che ha avvicinato ancora di più le due nazioni.

Sebbene i due paesi e  popoli appartengono da mille anni al  cristianesimo occidentale, le differenze rimangono in varie sfere. La natura stessa, in particolare le  posizioni geografiche, creano le diversità. Il Paese del sole, situato al centro del caldo mediterraneo, è un paese montagnoso, quasi isolano, con tangibile antica eredità romana, direi, quasi ad ogni passo. La Polonia invece è un paese slavo e settentrionale, in gran parte pianeggiante. L’Italia è nota per il vino, olio, pasta, carne di agnello, frutti di mare, arance e uva, mentre la Polonia per carne di maiale, cibi grassi, pesci d’acqua dolce, ricotta, cavoli e cetrioli, birra, vodka e pane nero.

A livello sociale, di abitudini e mentalità, entrambe le nazioni spesso si pongono la stessa domanda: cosa più ci unisce o divide, più sono somiglianze o le differenze? Secondo il mio  punto di vista, tutto sommato, per quanto riguarda il clima di amicizia, fiducia e affetto reciproco, prevalgono le affinità.

Dobbiamo notare che, senza dubbio, tra i grandi paesi occidentali, l’Italia è la più favorevole alla Polonia. E va anche sottolineato che l’Europa occidentale, in contrasto con l’Europa centro-orientale, dominata da grandi e forti nazioni che in passato, e spesso  anche oggi, svolge un ruolo importante nel plasmare il destino del mondo, ha sempre avuto una certa sfiducia nei confronti dell’Est  europeo.  Non ha mai nascosto la sua superiorità, trattandoli  con diffidenza e spesso anche con atteggiamento sprezzante.

Anche se le trasformazioni e l’avvicinamento allo standard medio europeo, a cui abbiamo assistito negli ultimi decenni, hanno contribuito a un cambiamento di questo stato di cose, le vecchie tradizioni, abitudini, pregiudizi e, soprattutto stereotipi, mostrano ancora segni di vita. Ad essere sinceri, a  tutto ciò dobbiamo aggiungere, che purtroppo negli ultimi anni, la posizione del governo polacco rimane poco leggibile per i paesi occidentali.

Per concludere l’argomento dei rapporti italo-polacchi, non posso non menzionare la nostra Europa. Quando torno a casa da un altro continente, durante lo scalo di  transito ad Amsterdam, a Francoforte, o Parigi, faccio un respiro di sollievo: sono a casa. Perché sono europeo!