Roma, si prega per soldati ucraini. “Io badante qui, mio figlio sotto le bombe”

di Redazione Blitz
Pubblicato il 11 Febbraio 2015 12:09 | Ultimo aggiornamento: 11 Febbraio 2015 12:10
Roma, si prega per soldati ucraini. "Io badante qui, mio figlio sotto le bombe"

Roma, si prega per soldati ucraini. “Io badante qui, mio figlio sotto le bombe”

ROMA – A Roma si prega per i soldati ucraini. Le mamme dei giovani di Kiev, arruolati da Petro Poroshenko per combattere contro i filorussi nell’est del Paese, si ritrovano ogni domenica alla stazione Ostiense, vicino a Testaccio, per raccogliere abiti e cibo da mandare ai loro cari su dei pullman.

Tra le mamme ucraine c’è anche Halyna, 43 anni. A Uzhorod, Ucraina occidentale, faceva la commessa in un negozio di alimentari. Non ce la faceva a tirare avanti. A Roma fa la badante. Mentre suo figlio, Nazar, 20 anni, combatte nell’est.

Ecco il reportage di Alessandra Coppola per il Corriere della Sera:

“Quando il telefono squilla di notte, si trattiene il respiro: «Mamma, ti amo. Penso che non ci rivedremo più». Qui è una tranquilla estate romana. All’altro capo infuria la battaglia sull’aeroporto di Luhansk. Al sicuro in casa Halyna, 43 anni, badante. Sotto le bombe, il figlio ventenne Nazar, partito militare e incastrato in una guerra che non poteva prevedere.

È successo tra agosto e settembre. I russi cingevano d’assedio lo scalo. «Avevano razzi potenti, ordigni che cadevano dall’alto e facevano buche di due metri». E il suo ragazzo era con gli altri delle truppe di Kiev, male armato, in trappola. «Ero così disperata che ho chiesto aiuto a una psicologa, ucraina, a Roma come me, che mi ha consigliato di farlo parlare, poco alla volta. Lui mi diceva: “Non voglio dirtelo, è terribile”. Ma io avevo paura che per tanto orrore andasse fuori di testa. Gli dicevo: “Raccontamelo”. E lui rispondeva: “Non sai quanti morti. Fa troppo caldo e non sappiamo dove metterli, e allora li abbiamo messi nel frigorifero dove tenevamo l’acqua, le birre…”».

(…) Tutte le sere alle nove, Halyna prega, nell’appartamento romano dove lavora: «Alla stessa ora ci ritroviamo con le altre mamme». Ognuna nella sua stanza con un pensiero comune: i figli, ma anche i fratelli, i mariti, i parenti rimasti al confine tra l’Ucraina e la Russia, in pericolo.

«In Italia sono arrivata nel 2011 – racconta la donna – quando Nazar si è iscritto all’università per studiare Economia».È’ una storia comune a quella di altre 150 mila connazionali: «Non guadagnavo abbastanza, commessa in un negozio di alimentari. Mio marito è imbianchino e muratore, ma anche per lui non c’era abbastanza lavoro». Una cugina l’aiuta, Halyna sbarca a Roma e in due settimane trova impiego al servizio di una signora anziana. «Non capivo una parola di italiano, l’ho imparato guardando la televisione, soprattutto i telegiornali». Che, però, adesso non le danno le notizie che vorrebbe: «Qui non ne parla nessuno, tutti zitti, ma a casa mia c’è una guerra brutta, peggio dell’Iraq».

(…) Periodicamente, dalla Stazione Ostiense, partono pulmini di rifornimenti familiari.«Scarpe militari, maglie di lana, pantaloni, biancheria, tutto. Ogni mese metto da parte cento, duecento euro, se posso di più». Quello che l’esercito di Kiev non riesce a procurare, arriva al fronte con i pacchi delle badanti, confezionati tra Porta Portese e i siti online di abiti usati. Piegati accanto a scatolette di tonno, biscotti, pasta, cereali: «Due mesi fa ho mandato molte cose. Vorrei poter fare altro, mi sento impotente». Intanto, tiene acceso il cellulare. «Lavoro per non pensare. E prego».”