Rosari da 7 cent a 20 euro: storia di sfruttamento delle donne albanesi

Pubblicato il 14 Dicembre 2011 12:16 | Ultimo aggiornamento: 14 Dicembre 2011 12:20

ROMA – Da 7 centesimi a 20 euro. Il rincaro di un rosario prodotto in Albania, che in Italia costa fino a 300 volte in più. Un’inchiesta del quotidiano Repubblica ha scoperto come varia il costo dal produttore al consumatore per l’oggetto a cui i cattolici devoti affidano le proprie preghiere. Accade dunque che un rosario prodotto in Albania al costo di appena 7 centesimi venga venduto nei negozi di San Giovanni in Laterano e vicina alle Mura Vaticane a ben 8, 15 ed anche 20 euro. Le donne che vengono sfruttate in Albania sono “vittime” del codice d’onore Kanun, che le vuole segretate in casa per difendersi dalla vendetta, dove guadagnano lavorando perline, croci e fili provenienti da una ditta di Rimini in Italia. Il guadagno mensile di una donna albanese che produce rosari è pari al costo di due kilogrammi di pollo al mercato.

Un fenomeno di manodopera a basso costo e sfruttamento celato dal Vaticano, questa è la denuncia di Repubblica. Complice di questo sfruttamento è il codice Kunan, antico codice dalle origini sconosciute che consente ai familiari di un uomo ucciso di vendicarne la morte uccidendo a loro volta l’assassino o i suoi familiari fino al terzo grado. Un motivo valido per le donne di Skutari, città dell’Albania, per rimanere segregate in casa dove produrre rosari sembra l’unico modo di guadagnare qualcosa, che spesso non è sufficiente nemmeno alla sopravvivenza della famiglia.  Nella sola Skutari le famiglie che affrontano il Kanun sono 90 mila.

I commercianti intervistati hanno ammesso di non interessarsi della provenienza della mercanzia, ma di aver notato un calo dei costi di produzione: “Sì, i prezzi si sono abbassati perché probabilmente i produttori hanno cercato manodopera all’estero. Ma per forza, da quando anche in questo settore sono entrati i cinesi, che vendono paccottiglia a prezzo bassissimo, ti devi inventare qualcosa”. Renzo Ruggeri, direttore della principale rifornitrice del negozio dei Musei Vaticani, la ditta Opera Musei Fiorentini, ha detto: “Noi abbiamo molti rifornitori in Italia ma non con tutti abbiamo un rapporto decennale, quindi è possibile che ci siano casi come quello che lei ci racconta. Faremo delle verifiche e se lo troviamo sicuramente non ci riforniremo più da loro”.