Scandalo carne in Gran Bretagna: coinvolti i ristoranti di Jamie Oliver

di redazione Blitz
Pubblicato il 26 gennaio 2018 6:15 | Ultimo aggiornamento: 25 gennaio 2018 17:35
Nuovo scandalo carne nel Regno Unito per violazione di norme igieniche

Lo chef Jamie Oliver (Foto Ansa)

LONDRA – Nel Regno Unito è esploso un nuovo scandalo sulla sicurezza alimentare: dopo quello del 2013 in cui la carne di cavallo veniva spacciata per manzo, ora ad essere coinvolta in un caso ancora più clamoroso è la Russel Hume, azienda di carni che fornisce i pub Wetherspon, i ristoranti di Jamie Oliver, nonché le scuole e le case di cura.

Alla Russell Hume è stato ordinato di interrompere tutte le consegne dopo essere stata sospettata di “grave inadempienza” delle normative alimentari. Si ritiene che la società, con sede a Derby, fornisca altre catene di pub, aziende di agriturismo e ristoratori, oltre a numerose case di cura e scuole.

La Food Standards Agency ha invitato i ristoranti e altri clienti a disporre lo smaltimento della carne inutilizzata fornita da Russell Hume. Il 12 gennaio, durante un’ispezione senza preavviso nello stabilimento di Birmingham, la FSA ha scoperto la violazione delle norme sull’igiene e l’etichettatura ma, fino a tre giorni fa, sembra non avesse dato istruzioni ai clienti di smaltire prodotti potenzialmente contaminati.

Gli esperti sostengono che potrebbe essere il più grande scandalo alimentare dopo quello della carne di cavallo servita a ignari consumatori, scrive il Daily Mail.

Chris Elliott, dell’Institute for Global Food Security alla Queen’s University di Belfast, ha avvertito: “Ciò minerà ulteriormente la fiducia nell’intera industria alimentare del Regno Unito”.

Sia il Jamie Oliver Group che Wetherspoons, che vende 45 milioni di bistecche l’anno, hanno dichiarato di aver smesso di servire i prodotti Russell Hume.

Il gruppo si definisce “uno dei maggiori specialisti nel settore carni del Regno Unito che fornisce qualità e differenza”. Nel 2015, il fatturato è stato di 129 milioni di sterline. Ora per l’azienda, che impiega 400 lavoratori in sette siti in tutto il Regno Unito, la chiusura sembra inevitabile.